Incensurato in carcere per qualche foto pedofila. Si suicida


RIMINI, 22 APR. 2009 – La vicenda del trentasettenne riminese che si è impiccato ieri in cella per la vergogna conseguente al suo arresto perché accusato di detenzione di materiale pedo-pornografico, finirà all’esame del Tribunale della Libertà di Bologna, in una prossima udienza che era stata già richiesta. A richiederla era stato il legale del suicida, avvocato Andrea Cappelli, per chiarire gli aspetti ancora oscuri della vicenda e chiedere un eventuale risarcimento danni per ingiusta detenzione, a favore degli eredi.Secondo il difensore dell’uomo che si è tolto la vita, un operaio di una ditta di Cattolica, bisognerà comunque attendere prima i risultati dell’autopsia disposta dalla magistratura. "Ma certo – afferma Cappelli – è assurdo che il mio cliente, recluso in isolamento, sia riuscito a togliersi la vita nel carcere dei Casetti alle 17,30 quindi non di notte, impiccandosi con un lenzuolo, senza che nessuno se ne accorgesse. Inoltre lui era sconvolto per la carcerazione: era incensurato e soffriva molto la situazione. La legge del resto non prevede obbligatoriamente la carcerazione per il suo reato: bisogna ricordare che era accusato di detenzione di materiale pedo pornografico, foto e filmati che lui aveva scaricato sul suo computer, ma nella realizzazione dei quali non aveva avuto nessuna parte".Cappelli sottolinea anche un altro aspetto: "L’inchiesta che lo riguardava era nata a Trento, quindi quella Procura detiene le indagini. Invece il suo arresto è stato richiesto da quella di Rimini e questo potrebbe anche determinare un caso di incompetenza".

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