“In Italia si faceva fatica a mangiare”


In collaborazione con ArgentovivoMaria Berlioz è nata a San Severo di Foggia nel 1955 ed è emigrata coi genitori in Francia nel 1963. Ha interrotto gli studi dopo la licenza media perché in famiglia avevano bisogno del suo stipendio; lei è la maggiore di 8 fratelli. Gli studi superiori li ha fatti alle scuole serali. Ha fatto attività politica ed è stata eletta nella Giunta di sinistra del Consiglio comunale della cittadina di Pierre Benite, un paesino nella zona di Lione, occupandosi di scuola e cultura. Attualmente lavora come grafica pubblicitaria in un grande magazzino, l’Auchan di Lione. È anche pittrice ed ha esposto diverse volte anche a Parigi. "L’emigrazione: sono i politici che hanno messo le frontiere. Non è pensabile che oggi l’uomo sia capace di fare oleodotti anche sotto il mare e che portino gas e petrolio da una nazione all’altra e non riescano a fare tubazioni che possano portare l’acqua in Africa dove centinaia e centinaia di bimbi – come in India – muoiono di fame e di sete. Io penso che è stata brava quella gente a non emigrare ancora di più. Loro hanno questo problema adesso, come noi lo abbiamo avuto tanto tempo fa. Io sono di San Severo di Foggia, sono venuta in Francia nel 1963. Sono nata nel 1955. E a quell’epoca nel meridione la situazione era difficile. Le famiglie avevano molti bambini. I miei genitori hanno avuto 8 bambini, gli ultimi 3 sono nati qui. Si dice sempre che la gente del sud non vuole lavorare, per me non è così. Nella mia famiglia ho sempre visto gente che lavorava la terra e non era sufficiente per vivere. Ho sempre visto mio padre lavorare, l’ho visto invecchiare perché in Italia c’erano tanti pensieri, molto di più che qui in Francia; non che qui non ce ne fossero, ma in Italia si faceva fatica a mangiare. A me dispiace, anche se il tempo è passato, che si pensi ancora così. Siamo arrivati qui nel ’63 e mio padre, qui, non aveva nessuno, mia madre aveva invece dei fratelli che erano qui fin dall’inizio degli anni ’50, e quando venivano in Italia, vedendo la vita difficile che conducevamo, gli avevano detto diverse volte: “vieni in Francia, il lavoro c’è, hanno bisogno di gente che lavori”. Sulle prime mio padre non ne voleva sapere, ma poi, visto che le cose andavano sempre peggio, decise di andare da solo in Francia per vedere come si stava. È venuto qui nel mese di maggio, il lavoro c’era, e cominciò a cercare un’abitazione, ma quando i francesi sentivano “5 figli” non gli davano la casa. Poi ha trovato una casuccia in un villaggio vicino a Lione: era vecchia, non era come quella dell’Italia, apparteneva ad una donna che andava lì solo per le ferie. Mio padre è tornato a prenderci nel mese di agosto, avevamo venduto il letto, l’armadio, avevamo venduto tutto, siamo arrivati in Francia con una valigia, solo con due o tre vestiti per i bambini e basta. E quando siamo arrivati qui già il tempo era diverso da quello di San Severo. Giù da mia zia, che abitava a Barletta, c’era un sole, un mare, le case di un bianco che fa male agli occhi. Siamo arrivati a Torino, poi alla frontiera a Modane, abbiamo visto per la prima volta le montagne così alte. C’era un cielo nero, ma nero, con una pioggia! Quando mia mamma ha visto quel tempo così brutto diceva: “Santa Maria, Sant’Anna, Sant’Antonio!”, diceva con mio padre: “Ma dove mi porti, è la fine del mondo!”. (…) Oggi mi rendo conto che allora noi eravamo come la gente che viene adesso dall’est. Non avevamo vestiti come i francesi, non avevamo la cultura come i francesi di mangiare al mattino, al mezzogiorno e alla sera, non avevamo l’abitudine di uscire come facevano loro. Noi siamo arrivati allora dal sud come la gente che viene adesso o dalla Bulgaria o da altre parti. Io rivedo me stessa in loro. Adesso posso comprendere perché gli altri sono differenti. E comprendo che hanno bisogno di aiuto. Se sono venuti via dal proprio Paese è perché da loro era proprio difficile vivere".© 2009 Argentovivo . il mensile dello Spi-Cgil Emilia-Romagna

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