Impresa-Rete, quando le PMI “si fidanzano”


BOLOGNA, 8 MAG. 2009 – Per inaugurare la Prima Settimana Europea delle PMI, CNA Emilia-Romagna ha scelto ha cornice del Museo di Arte Moderna di Bologna, dove stamattina si è tenuto l’incontro dal titolo "La Ricerca per l’Impresa-Rete". Un appuntamento che è stato l’occasione per presentare il Protocollo che la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa ha promosso con la Regione e Unioncamere e con l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, l’Università degli Studi di Milano e l’Università degli Studi di Roma-Tor Vergata. Un lavoro congiunto portato avanti con la convinzione che "le reazioni tra imprese sono fondamentali, non solo localmente, ma in maniera più articolata e distribuita a livello globale", come ha detto nel suo discorso di introduzione Roberto Centazzo, responsabile Ricerca e Sviluppo di CNA Emilia-Romagna."In un’epoca post-fordista, in cui lo sviluppo si è ormai delocalizzato, diventa fondamentale seguire una nuova logica, quella del capitalismo globale della conoscenza". Lo sostiene Enzo Rullani, professore di economia della conoscenza alla Venice International University, che individua nell’Impresa-Rete la dimensione di riferimento, la "forma normale" che identifica le relazioni economico-sociali e la natura stessa delle piccole imprese, e verso cui tutti gli organismi – anche quelli politici attraverso il federalismo – sono destinati a convergere. Secondo Rullani, in Italia esistono già realtà orizzontali e di confronto ispirate al concetto di rete, che si contappongo al sistema verticale tipico delle multinazionali. Il problema è che non vengono ancora riconosciute come tali. Diventa quindi fondamentale creare una teoria delle reti, che permetterebbe anche di affontare la crisi. Espressione della natura instabile del capitalismo globale della conoscenza, la difficile situazione economica attuale raggruppa infatti 3 crisi in una: quella della domanda, che rende necessaria un’organizzazione ex ante della flessibilità e una ridistribuizione del rischio, quella della competitività, che impone di aumentare i moltiplicatori della conoscenza, e quella da sostenibilità, per cui diventa obbligatorio ritornare ad uno sviluppo di tipo riflessivo e alla condivisione di risorse comuni. E la rete, che costituisce un sistema di specializzazione in cui ciascun membro vende la propria esperienza agli altri senza alimentare situazioni di conflittualità, può rappresentare la soluzione ad ognuno di questi problemi. Rullani definisce l’Impresa-Rete "un fidanzamento reciproco, in cui le aziende non sono sposate tra loro come nel fordismo, ma non sono neanche semplici amiche come accade nel mercato". Il segreto di questa relazione è, secondo il professore, "la forza dei legami deboli", fondati sul reciproco interesse e sulla convenienza di portare avanti il rapporto, ma capaci di garantire l’autonomia strategica e decisionale dei singoli soggetti.Insiste sul concetto di "fidanzamento" anche Paola Bonora, presidente del Corso di Laurea in Scienze Geografiche all’Università di Bologna, declinandolo però secondo una prospettiva territorale. Bonora indivdua infatti le "relazioni fiduciarie di reciprocità" tra le componenti di un’amalgama che caratterizza il "capitale sociale territoriale". Le altre sono le risorse ereditate dalla natura e dagli avi, la creatività e i saperi – formali e non – e la capacità di azione collettiva su obiettivi condivisi. Concepire il bene comune come sintesi di interessi individuali aiuta infatti, secondo la docente, a progettare uno "sviluppo locale condiviso", basato su leagmi di identificazione, corresponsabilità e cooperazione. Si crea così un "partimoinio d’identità sociale", che valorizza le culture locali e riconosce nel contempo le culture Altre.E’ lo stesso concetto che esprime Luciano Pilotti, professore ordinario di Management & marketing dell’innovazione alla Statale di Milano. Nel definire i network delle "ecologie del valore", Poletti sottolinea la loro apertura verso l’esterno, il saper dialogare con il diverso da sé, oltre alla "capacità di fare emergere innovazioni e significati improbabili a partire dall’attivazione di connessioni tra nicchie lontane della rete".La costituzione dell’Impresa-Rete è più che mai necessaria in Italia, dove le piccole e le micro imprese sono molto più sviluppate che altrove. Elisa Battistoni, ricercatrice del Dipartimento di Ingegneria dell’Impresa all’Università di Roma-Tor Vergata, ha illustrato come queste due classi rappresentino insieme il 46% delle imprese italiane, ma solo il 31,2% di quelle francesi, il 27,7 % di quelle inglesi e addittura il 21,6% di quelle tedesche. Il suo collega Massimiliano Schiraldi, invece ha riflettuto sul fatto che le PMI tendono, da sole, a non innovare, perchè troppo impegnate nella gestione quotidiana -"day by day" – della loro attività. Un intervento sistematizzato dei diversi attori, invece, aumenterebbe l’efficacia dell’azione e ridurrebbe il rischio di fluttuazione della domanda. Anche se, conclude Schiraldi, nel caso della rete, in cui "è la massa critica che fa sistema e il rapporto non è del tipo uno a uno", non si dovrebbe parlare di fidanzamento, ma piuttosto di "relazione orgiastica".

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