Ildo Cigarini: Manodori, una vicenda ancora aperta


20 AGO 2009 – I contenuti della dichiarazione del presidente di Confcooperative Giuseppe Alai e la conseguente decisione di uscire dal TAI, il Tavolo delle associazioni imprenditoriali, rinunciando in anticipo a reggerne il coordinamento, fanno un chiaro riferimento a ciò che è accaduto alla Fondazione Manodori con la nomina dei nuovi vertici: è da qui dunque che dobbiamo partire per valutare sino in fondo il significato di una posizione così netta e corretta nel merito.In questi giorni si sono dette e poi contraddette tante cose: che i poteri economici non potevano rappresentare i vertici della Fondazione, che era una manovra per limitare l’autonomia della Fondazione con una impropria invasione di campo delle Istituzioni, che ha vinto la società civile contro l’arroganza del potere politico. Io osservo che oggi i vertici della Manodori sono l’espressione più alta del potere economico del nostro territorio, che l’autonomia della Fondazione non è mai stata messa in discussione dalle Istituzioni e che contrapporre la società civile alla politica e alle Istituzioni rappresentative è arbitrario e fuorviante poiché le Istituzioni sono legittimate dal voto popolare e la politica rappresenta istanze, valori, opinioni della società civile.Veniamo quindi al merito dello “scontro” che si è consumato nella e sulla Fondazione Manodori. Lo scontro non è stato né nominalistico, né personalistico ma di indirizzo strategico e di contenuti. Si sono confrontate dentro e fuori dalla Fondazione due opposte visioni del ruolo che la Manodori dovrebbe interpretare in ossequio alle leggi e al principio di autodeterminazione che non è mai stato messo in discussione da nessuno.Una di queste visioni, rappresentata dagli attuali vertici e da questa maggioranza della Fondazione militava e milita per una idea di continuità e di conservazione delle politiche sin qui seguite nella gestione del patrimonio, con quelle contraddizioni così lucidamente sottolineate dal presidente di Confcooperative e per una rigida difesa dello Statuto che limita un apporto più significativo da parte della Comunità e delle sue istanze sociali e istituzionali.Come ci ha ricordato in un suo puntuale intervento sulla Manodori il Senatore Ugo Benassi, ex sindaco di Reggio Emilia, la conservazione non porta da nessuna parte, l’immobilismo è la risposta più debole alle sfide del presente e sorprende che una posizione da sempre “neutrale” della Curia sia stata dal suo delegato interpretata come sostegno attivo alla candidatura del presidente di Confindustria e a questa idea di gestione della Fondazione.L’idea da noi proposta nel programma che ha accompagnato l’indicazione delle candidature ai vertici della Manodori esprimeva ed afferma ancora oggi una volontà di rinnovamento fondata su questi obiettivi: autonomia della Fondazione ma non autoreferenzialità, forte collaborazione con gli Enti Locali, apertura al mondo della conoscenza (Università) e a quello del lavoro, revisione dello Statuto per un più forte ancoraggio sociale, solidale, culturale con il territorio, diversificazione nella gestione del patrimonio per minimizzare i rischi e massimizzare i vantaggi per la Comunità ed infine una gestione più collegiale della Fondazione con l’introduzione di un Consiglio di Presidenza per una preventiva istruttoria delle questioni più rilevanti.Lo scontro dunque è stato sui contenuti e sarebbe un esercizio di trasparenza e di corretta informazione dell’opinione pubblica dare conto del programma presentato dall’attuale maggioranza della Manodori e di quello che sei consiglieri su tredici hanno sostenuto e consegnato insieme alle candidature.Va osservato che ciò che è accaduto è esattamente il contrario di quanto da noi auspicato con la presentazione del nostro “Programma di indirizzo” per la Fondazione. Si è prodotto uno “strappo” grave con le Istituzioni, un indebolimento della Camera di Commercio (la “casa” delle forze economiche reggiane) e una frattura fra le associazioni di impresa testimoniata dalla crisi del TAI.In un momento così difficile sul piano economico e sociale necessitava invece affermare un forte lavoro di squadra tra imprese, mondo del lavoro, volontariato e Istituzioni, così come necessitava collaborazione e condivisione e un lavoro comune al quale pur nella sua autonomia anche la Fondazione poteva concorrere a realizzare.Il forte richiamo di Alai ci invita a ripartire dai contenuti e dalla responsabilità verso il “bene comune” senza infingimenti e facili unanimismi. E’ un appello da condividere e da sottoscrivere. Ci si dica allora chiaramente quali sono gli obiettivi dei vertici della Fondazione e quale sarà la politica di Confindustria e Api per ritessere un comune impegno delle forze economiche per il lavoro e le imprese.Sino a quando non verrà data una risposta chiara e convincente a questi quesiti e ai problemi richiamati la Fondazione Manodori resterà una vicenda aperta per tutti quelli che rivendicano obiettivi chiari, trasparenza, e correttezza in processi decisionali così importanti per la nostra Comunità.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet