Ildo Cigarini, la rappresentanza e la politica


REGGIO EMILIA, 10 NOV. 2008 – Ho seguito da spettatore interessato il faccia a faccia ad Habitat, settimanale di Telereggio, tra il direttore del Tg Gabriele Franzini e il presidente di Legacoop Ildo Cigarini. Si è parlato di tanto, dalla crisi mondiale ai suoi riflessi locali, dalla natura della cooperazione alle sue prospettive future, e via così. Con il rigore e gli approfondimenti che la serietà dei temi esige… Alla fine mi è rimasta una sensazione positiva: è andato in onda qualcosa di corretto, di utile, di vero, che ha messo assieme la qualità del merito al caposaldo della rappresentanza come fondamento della legittimità.Mi spiego meglio: Ildo Cigarini non è venuto lì in trasmissione perché passava per strada o peggio con la presunzione di parlare “a nome dei cittadini”. E’ venuto invece a parlare “ai cittadini”. Ed è venuto (è stato invitato) per il ruolo che riveste nella più importante associazione economico/imprenditoriale della provincia: la Lega delle Cooperative. E venuto a rappresentare valori che affondano le radici nella storia e la cui condivisione ha portato alla creazione di benessere e di opportunità per centinaia di migliaia di persone e per migliaia di imprese ed attività. E’ venuto perché c’è un intero mondo di riferimento che gli riconosce il ruolo della rappresentanza, anche quando si tratta di rappresentare idee in conflitto o in divenire. Da questo punto di vista ciò che dice Ildo Cigarini è importante, è importante per tutti noi, non solo perché ci racconta cosa pensa la persona, ma perché ci descrive quel mondo di riferimento che con la nostra vita interagisce quotidianamente.Parallelamente anche le domande e gli interventi di Gabriele Franzini hanno messo a fuoco il ruolo di rappresentanza proprio del direttore di un importante mezzo di comunicazione. Anche per lui non la presunzione di parlare “a nome dei cittadini”, ma l’obbiettivo di “aiutare i cittadini a sapere e a capire”. Non è poco in una città in cui la politica rischia di diventare sempre più antipolitica e apolitica, mascherando con la giacchetta nuova il vecchio che avanza o truccando come politicamente fenomenale ciò che è privo di investitura e di rappresentanza. Partendo dal semplice assunto: “Perché lo voglio io”. “Perché lo voglio io” non è né un discorso di qualità sui contenuti né un titolo politico di credito. E’ clamorosa, per semplicità e perfezione, la risposta data dalla Gazzetta di Reggio al Comitato contro la nuova fontana del Valli. Incaponiti in una battaglia senza capo né coda, perché anche una talpa notoriamente cieca capisce che è meglio ora di prima, quelli del Comitato se la prendevano col giornale per gli apprezzamenti alla fontana, e la Gazzetta ha risposto in soldoni: “Quanti siete? Chi siete?” E io aggiungo: “Che titolo avete per meritare più spazio dei diecimila che la sera della inaugurazione erano lì ad ammirare l’opera?”. La stessa domanda mi viene di rivolgerla a chi un bel giorno si alza da letto, fonda un Comitato, e comincia a scrivere fax ai giornali tuonando contro la giunta di Reggio e i partiti che la sostengono, fino a prova contraria formati dalla fetta più grossa dei reggiani: “Chi sei? Chi rappresenti? Che titolo hai perché le tue pur legittime idee contino più delle mie o di quelle del signor Mario Rossi?”. In democrazia le idee possono diventare dei fatti: possono smuovere le cose e cambiare gli assetti.Ma solo quando diventano idee condivise, idee che rappresentano, idee che uniscono e generano maggioranze. Per farlo le strade sono tante, ma lunghe nel tempo e faticose nel percorso: il partito, la lista elettorale, il movimento di opinione, la associazione, il confronto di merito. Si comincia, si presentano curricoli e titoli, si cercano adesioni, si producono risultati, e poi se va bene si finisce in prima pagina. Ma chi ribalta il percorso, e cerca di partire dalla prima pagina per ottenere i consensi, non ha a mio avviso capito bene come si sta e come si fa in democrazia. E’ come un ingegnere che cominciasse a fare la casa dal tetto senza fondamenta. E ad un ingegnere, questo, non potremmo mai perdonarglielo.

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