Ilaria Alpi, l’importanza di ricordare


21 MAR. 2009 – Ilaria Alpi, Raffaele Ciriello, Maria Grazia Cutuli, Antonio Russo, Enzo Baldoni. Cinque vite che hanno un unico comune denominatore: l’essere terminate in maniera violenta durante lo svolgimento dell’attività più amata: il mestiere di giornalista. Cinque storie che sono raccontate in un libro uscito in questi giorni, “Passione Reporter”, da Daniele Biacchessi, un narratore che, oltre ad essere giornalista, dal 2004 fa l’interprete di teatro civile portando in giro per il Paese spettacoli che hanno un unico obiettivo: mantenere viva la memoria delle tante vittime innocenti spesso dimenticate o rimosse. Non soltanto dalla maggioranza degli italiani, ma anche da chi fa informazione e da chi amministra la giustizia. Nel quindicesimo anniversario della morte di Ilaria Alpi abbiamo incontrato Biachessi per parlare del suo ultimo libro, che inizia proprio dall’uccisione della reporter durante la sua inchiesta in Somalia.Nella prefazione, Ferruccio De Bortoli dice che tu hai risarcito, con le tue parole, i genitori di Ilaria Alpi. In che senso?Ho pensato che le parole scritte e dette da Carlo Taormina, nelle vesti di presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin fossero vergognose. Innanzitutto non vere: Ilaria e Milan non si trovavano in Somalia per farsi una vacanza a spese della Rai. Erano in Africa per lavorare, stavano realizzando interviste e girando filmati. Avevano, soprattutto, intercettato, nell’ultima intervista al sultano di Bosaso, un traffico di sostanze tossico-nocive e di armi che venivano trasportate attraverso i porti italiani di La Spezia, Livorno e Gaeta verso la Somalia, un paese in piena guerra civile. Le navi su cui viaggiavano questi rifiuti e questo materiale bellico erano di una società, la Shifco, che solo formalmente risultava avere l’autorizzazione a importare pesce dall’Europa. In realtà era proprietà di un noto armatore somalo che aveva addirittura ricevuto le sue navi dalla cooperazione internazionale. Il tutto si fa inquietante quando appare l’ombra lunga dei servizi segreti, i quali fanno finta di non vedere un traffico fin troppo evidente. Tutti questi fatti oggi li sappiamo perché ci sono state diverse inchieste, non solo sulla morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin. Migliaia di pagine, di rivoli giudiziari sono stati scritti da diverse procure, da Asti a La Spezia, in Calabria. E i fatti che ne emergono parlano di una sorta di scambio tra rifiuti tossici, che venivano sotterrati o dispersi nel mare della Somalia, in cambio di armi che una volta finivano ad uno dei contendenti ed altre volte finivano al suo esatto rivale.Perché non si è voluti arrivare a una verità sulla morte di Ilaria e di Milan?Se a uccidere fosse stato semplicemente la mano di un’organizzazione criminale intenta nel salvaguardare i propri meri interessi, gli assassini di Miran e di Ilaria sarebbero stati presi dopo pochi giorni. Il problema, invece, in questa storia, è lo stesso che riguarda le vicende di Ustica, della strage di piazza Fontana, le storie che ho raccontato ne "Il Paese della vergogna": la protezione, da parte degli apparati dello Stato italiano, sui mandanti o esecutori. Quest’ombra fa sì che la verità giudiziaria, e quindi anche a quella storica, tardino sempre più a venire. E nella dilatazione del tempo rispetto al momento in cui sono avvenuti i fatti, gli esecutori e i mandanti alla fine la fanno franca, perché proprio il tempo gioca dalla loro parte. Col rischio che anche la gente dimentichi.Per questo non ti sei ancora stancato di fare il menestrello della memoria…La memoria è sempre importante, soprattutto per le nuove generazioni. Dopo tanti libri sulle stragi nazifasciste e sul terrorismo rosso e nero ho pensato di realizzare qualcosa in memoria di alcuni colleghi che hanno perso la vita lontano dall’Italia mentre stavano svolgendo il loro lavoro. Operatori dell’informazione che rischiano di essere dimenticati e che invece è giusto ricordare. In questo libro ci sono tre cose importanti. Primo, il ricordare questi giornalisti. Secondo, la denuncia della profonda ingiustizia che sta dietro la loro morte. Terza cosa, forse la più importante, dare una speranza alle nuove generazioni di giornalisti che iniziano in questi anni a intraprendere il mestiere, dicendo loro che esiste ancora la possibilità di fare un giornalismo d’inchiesta e di ripercorrere i passi di tutti quei colleghi che in Italia o fuori dall’Italia hanno scavato dentro la notizia.

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