Il sindacato, la politica e la crisi


REGGIO EMILIA, 14 MAG. 2009 – C’era buona parte del quadro attivo della Camera del Lavoro di Reggio Emilia ieri al Centro Internazionale Malaguzzi. Dirigenti, militanti e delegati hanno accolto numerosi l’invito a partecipare alla giornata di discussione sul tema "Rappresentare il lavoro e i soggetti sociali deboli", organizzata dalla Cgil provinciale con la collaborazione del Centro Studi R60. Un’importante occasione di confronto, a cui hanno contibuito studiosi ed esponenti della politica, sulla centralità che assumono oggi la questione del lavoro e le sue trasformazioni. La mattinata è stata dedicata ad una riflessione interna al sindacato, utile per disegnare le prospettive future e affontare la crisi economica, mentre nel pomeriggio si è analizzato il rapporto diretto con la politica, alla luce delle difficoltà che sta attraversando la sinistra nel nostro Paese.Nel dare il via alla sessione pomeridiana dell’incontro, il segretario della Camera del Lavoro di Reggio Mirto Bassoli ha denunciato la sostanziale modifica delle relazioni sindacali messa in atto dal Governo attraverso gli accordi separati, la limitazione del diritto di sciopero e il disegno di legge Brunetta sulla produttività nel settore statale. Un sistema regressivo, corrispondente ad un disegno estremamente chiaro "a cui è necessario contrapporsi in modo altrettanto chiaro" restituendo centralità alla contrattazione collettiva, non ponendo in alternanza ad essa la partecipazione e il controllo sociale e individuando la democrazia come base per la ricostruzione della rappresentanza. Bassoli infatti, ha posto al centro della discussione il venir meno della rappresentanza nel mondo del lavoro e ha intepretato il calo del voto a sinistra da parte degli operai come "un dato rivelatore dei processi culturali avvenuti nella società italiana". Ma nel contempo non ha sposato la tesi di chi dice che, dopo la perdita di radicamento sociale delle forze politiche progressiste, tra sinistra e destra ormai non vi siano più differenze.Un grido d’allarme è arrivato anche da Giulio Marcon dell’associazione Sbilanciamoci, che ha denunciato la debolezza e la subalternità di una sinistra priva di un punto di vista critico e alternativo. La soluzione, secondo Marcon, sta in un modello si svuluppo innovativo e sostenibile, in una diversa politica sociale e in un welfare che metta al centro i diritti del lavoro. "Anzichè una grande opera, costruiamone tante piccole – ha detto – E all’energia nucleare sostituiamo energia pulita, provando a produrre in egual numero macchine e pannelli solari".La parola è quindi passata ai rappresentanti politici. La prima ad intervenire è stata Roberta Fantozzi, della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista, che è andata subito all’attacco del governo, colpevole di aver inizialemte negato la crisi economica ed essere poi immediatamente passato a dichiarazioni in cui ne annunciava la fine. Le politiche messe in atto dall’esecutivo, secondo la Fantozzi, "aggravano ulteriormente la situazione, fanno parte del disegno costituente di un altro modello sociale". Quando poi è arrivata a parlare della sinistra, l’esponente di Rifondazione ha sottolineato che se questa "riuscirà ad andare al governo per la terza volta dovrà stare molto attenta a non provocare la delusione delle aspettative e delle speranze delle persone". A quel punto grida e fischi si sono alzati dalla platea dei delegati: "Ma siete stati proprio voi a fare cadere Prodi!", hanno urlato in parecchi.L’atmosfera è ritornata distesa quando ha preso la parola Fabio Mussi, leader di Sinistra democratica, molto ironico ma anche fermo nel denunciare lo smantellamento della coscienza lavorativa dei singoli, cominciato negli anni 80 con Reagan e la Thatcher e ripreso vent’anni dopo dai neo-com. Un’esaltazione del libero mercato, che ha mostrato tutte le sue debolezze con questa crisi, "figlia della lotta di classe e di una secessione dei ricchi dall’umanità". Mussi ha spiegato il fatto che la Lega sia ormai il primo partito operaio in tutto il nord-Italia ricordando che "se si abbandona l’identificazione delle persone sulla base della loro condizione sociale, alla gente, che sente il bisogno di un’appartenenza, rimangono la razza e la religione"."Spero che si riaprano presto le condizioni per ricostituire una coalizione di centrosinistra che abbia davvero una vocazione maggioritaria e di governo", continua l’ex ministro dell’Università, ora lanciato nella nuova sfida di sinistra e Libertà. "Può capitare di fare l’opposizione – ha aggiunto maliziosamente – e quando capita bisogna farla". Il riferimento di Mussi, per nulla velato, è al Pd, rappresentato per l’occasione da Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro nel Governo Prodi. "Errori ne abbiamo fatti – ha ammesso senza remore – quando dai una immagine di costante divisione non puoi parlare al Paese". Ma Damiano è convinto che si possa "di nuovo vincere, se valorizziamo quel tratto unitario di fondo che chi sta a sinistra ha. Possiamo vincere se ritroviamo la strada dell’unità". E’ però necessario riprendere "il collegamento con il mondo del lavoro, al servizio di valori e programmi", ha affermato l’esponente democratico, che ha anche elencato quelle che lui reputa le misure più urgenti da prendere per contratare la crisi. Innanzitutto l’assegno mensile di disuccupazione per chi non beneficia della cassa integrazione e la sospensione dei licenziamenti dei precati nella Pubblica amministrazione fino al dicembre 2010, in attesa di negoziare altre forme di stabilizzazione. Poi l’allungamento della cassa integrazione ordinaria da 12 a 24 mesi, "che assicura un legame con l’impresa anche senza lavoro ed evita i licenziamenti coprendo tutto il periodo critico", e la regolazione delle rappresentatività dei sindacati. A tal proposito, Damiano ha orgogliosamente sottolineato che "noi non avremmo mai fatto un accordo separato, mentre nel dna di questo ministro del Lavoro c’é la divisione del sindacato come strumento di governo del Paese".A concludere l’incontro è stato chiamato il segretario generale Cgil Guglielmo Epifani, che ha esordito parlando della crisi. "Non è finita e segnerà profondamente il nostro tempo", ha detto, facendo leva sull’allargamento di diseguaglianza sociale che ha prodotto: "se una parte del paese ha mantenuto la stessa capacità di reddito, c’è invece chi soffre enormemente". Epifani ha detto che in questa condizione il Governo dovrebbe "sostenere la parte più debole del Paese ad attraversare la crisi e aiutare il sistema economico a fare le scelte per il dopo". Invece, in Italia le politiche industriali e delle infrastrutture sono inesistenti: "l’esecutivo non sta facendo letteralmente nulla, a partire dalla vecenda Fiat. Mentre il governo USA e quello tedesco aprono ai confronti, Palazzo Chigi non ha neanche in mano i piani di un affare che cambierà la prospettiva industriale nazionale". Secondo il segretario Cgil, "gli altri si muovono e da noi c’è il vuoto: quando ripartirà l’economia tutti i rapporti saranno alterati e dovremmo tagliare ancora riducendo l’occupazione"."Alla politica – prosegue Epifani – è consegnata la responsabilità di dare un valore etico alle risposte a questa crisi. Ci sono dei momenti in cui devi decidere da che parte stare". Perciò, per ristabilire il rapporto con il mondo del lavoro, la sinistra deve "ripartire dal basso, dove vivono le persone, recuparare da subito il gusto e la voglia di fare tante piccole cose e, soprattutto, avere l’umiltà di ascoltare".

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