Il sindacato che resiste


REGGIO EMILIA, 24 NOV. 2009 – Come su una zattera in mezzo alle onde del mare. E’ così che si sente in questo periodo chi deve difendere i metalmeccanici. Ad agitare le acque sono da una parte una crisi dell’economia che continua a rallentare le attività del settore e dall’altra un rinnovo di contratto, firmato solo da Fim-Cisl e Uilm-Uil, che è un duro attacco alla democrazia sindacale. Uno strappo di dimensioni tali da aver portato la Fiom a parlare di ‘colpo di stato sindacale’. “Ogni forma di elementare di democrazia e rappresentanza è stata capovolta”. A spiegare a viaEmilianet il tentativo in atto di marginalizzare il più antico sindacato industriale italiano è Valerio Bondi, segretario generale della Fiom di Reggio Emilia. A dar fastidio a Sacconi, Confindustria, Cisl e Uil, secondo Bondi, sono l’autonomia e l’indipendenza del sindacato dei metalmeccanici aderente alla Cgil. “Che è una cosa diversa dalla loro idea di sindacato ‘complice’. La Fiom rimane il tentativo di realizzare un’organizzazione capace di gestire autonomamente e in modo solidale le ricadute delle scelte del mondo dell’impresa sui lavoratori”.Ma i metalmeccanici di Fim-Cisl e Uilm-Uil vi accusano di essere chiusi e di cercare lo scontro. Mentre la loro “concertazione” con Finmeccanica ha prodotto buoni risultati…Non suona strano che in una fase come questa si sia portato a termine un contratto migliorativo senza mezz’ora di sciopero? Le questioni che non vanno bene sono due: da una parte il rinnovo contrattuale e dall’altra l’operazione sulle regole. Per quanto riguarda il salario, l’aumento è stato di 110 euro, a fronte dei 127 riconosciuti nel contratto scorso. Anche l’adeguamento all’inflazione è inferiore del 9% rispetto al valore del 2008. In questo modo il salario finisce per star sempre sotto all’andamento del costo della vita. Dopo di che, grazie alla concertazione di Fim e Uilm, viene esclusa la possibilità di poter migliorare a livello di contrattazione aziendale quanto stabilito a livello nazionale, cosa che invece adesso è possibile. Sarà invece praticabile la cosa opposta: far sì che la contrattazione integrativa con l’impresa possa modificare in peggio quanto stabilito nel contratto nazionale, un’operazione che le regole attuali non consentono. Si vuole dare dunque al salario una natura totalmente variabile, introducendo oltretutto il rischio di sanzioni per coloro che scioperano e lottano per affermare contenuti al di fuori di queste regole. In più sulla crisi questo rinnovo non dice niente, compare solo un fondo di sostegno al reddito di cui non si capisce la portata e che parte il primo gennaio del 2012. Non si prevede niente nemmeno per i licenziamenti. Implicitamente è come se a Federmeccanica Fim e Uilm dicessero ‘siamo disponibili, al momento del bisogno, ad aprire anche sui licenziamenti’.Cosa vuol dire votare l’accordo?Per noi è l’unica strada per recuperare l’enorme rottura che si è compiuta con l’accordo separato. Sottoporlo al giudizio di tutti i lavoratori sarebbe un modo democratico per vedere se è accettato o no. Se i suoi contenuti fossero approvati, la Fiom ritirerebbe ogni pretesa, mentre una bocciatura dovrebbe imporre il ritiro della firma di Fim e Uilm, e la riapertura del negoziato.Quali sono le condizioni di salute della metalmeccanica in provincia di Reggio Emilia?Si parla di 419 aziende in crisi con 23 mila addetti coinvolti, praticamente un lavoratore su due del settore. Il comparto più colpito è l’oleodinamica che vede in difficoltà nomi come Comer, Brevini, Ognibene e Bucher. Poi c’è la meccanica per l’agricoltura, con marchi storici quali Lombardini, Landini e Argo Tractor. Ma anche per chi produce macchine utensili e macchinari per imballaggi, imbottigliamento, ecc. le cose non vanno meglio. Poi ci sono due grosse imprese le cui difficoltà sono antecedenti alla crisi e sono le Reggiane e la Tecnogas. Due vicende in cui è difficile immaginare cosa succederà, nella prima il gruppo proprietario Terex non ha ancora detto se terrà aperti gli stabilimenti, per la Tecnogas si cerca invece di capire dall’amministrazione straordinaria se esiste qualche reale acquirente. In generale si tratta di realtà che devono fare i conti con interventi strutturali.Confindustria dice che occorre affrontare la ristrutturazione e l’assottigliamento delle imprese. Cosa risponde la Fiom?Che è possibile affrontare una crisi di questa portata utilizzando al massimo gli ammortizzatori sociali, quali la cassa integrazione straordinaria ma soprattutto il contratto di solidarietà. Lo schema deve essere che tutti lavorano meno ma lavorano tutti. Per un paio di anni si deve cercare di reggere in questo modo, nella speranza che nel 2012 affiori un contesto economico differente.Su chi pesa di più questa crisi?Un fenomeno che ho potuto vedere è il contro esodo da parte di molti lavoratori giovani venuti dal sud. Gente che ora abbandona il nord per tornare al loro contesto d’origine. L’altro impatto grande della crisi è sulle persone indebitate, il cui reddito non è sufficiente per pagare il mutuo della casa, o anche solo la rata dell’auto. Per questo occorre un patto sui licenziamenti e un patto tra le amministrazioni locali e le “casseforti” del territorio, banche e fondazioni, per mettere in atto meccanismi di salvaguardia del reddito, senza i quali la situazione rischia di diventare esplosiva.C’è ancora qualche operaio che crede che la politica possa risolvere un problema così grande come la crisi? Quale percezione si ha dei politici all’interno delle fabbriche?C’è una distanza siderale tra la percezione della propria condizione e la discussione da parte della politica. Nei luoghi di lavoro si respira un sentimento di anti politica molto forte. Un aspetto pericoloso che però ha una sua legittimazione, perché il sistema politico tutti i giorni parla di tutt’altro rispetto alla condizione materiale che vivono gli operai. La settimana scorsa abbiamo fatto un direttivo con i parlamentari locali e i politici dei comuni della provincia. Quando si riesce ad agganciare e a far parlare due mondi che si sentono marziani uno rispetto all’altro, qualche sentimento positivo scaturisce. Avviene uno scambio di richieste, un riconoscimento. Ma nei luoghi di lavoro questa identificazione con i rappresentanti della politica sono anni che manca.Cosa avete chiesto agli enti locali?La convocazione di consigli comunali in tutti i distretti nei quali venga affrontato il tema della crisi. Con un ordine del giorno che affermi il no ai licenziamenti. Dopo di che chiediamo anche agli enti locali e ai partiti di dirci cosa pensano della democrazia sindacale, se per loro è accettabile lo schema che si vuole portare avanti e se sono favorevoli a una legge che regoli la rappresentanza dei lavoratori, per fissare un principio banale che sia il 50 più uno di loro a decidere e non i soli iscritti a due sindacati.

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