Il silenzio di chi è debole


REGGIO EMILIA, 1 FEB. 2010 – Il Dc-9 I-TIGI dell’Itavia era partito dall’aeroporto di Bologna alle 20.08 del 27 giugno 1980. Doveva arrivare a Palermo, ma il suo volo si è interrotto prima. Alle 20.59 nel mare di Ustica. Dov’è sprofondato causando una strage in cui sono morte 81 persone, ma che dopo trent’anni rimane avvolta nel mistero. Il relitto è stato infatti recuperato al largo dell’isola siciliana tra il 1987 e il 1991, ma la verità non è ancora venuta completamente a galla.Del Dc-9 e della sua storia si è parlato venerdì 29 gennaio a Reggio Emilia, nell’incontro “Strage di Ustica: un mistero lungo 30 anni”. Merito del Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia (Silp) della Cgil locale e del suo segretario Riccardo Maggiore, che ha chiesto al giornalista del Tg3 Roberto Scardova di ripercorrere le tappe di questa inquietante vicenda assieme a Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione Parenti delle Vittime della strage di Ustica, e a Rosario Priore, giudice istruttore nell’inchiesta sul disastro aereo.L’analisi è cominciata dalla fine, da una dichiarazione di Francesco Cossiga. Che nel 1980 era presidente del Consiglio e nel febbraio 2008 ha rivelato che a colpire il Dc-9 è stato un aereo della marina francese. Nei ventotto anni precedenti, nessuna autorità aveva ammesso di sapere qualcosa sulle cause dell’incidente e lo stesso ex presidente della Repubblica aveva tenuto la bocca chiusa, pur essendo stato sentito più volte dai giudici.“Quando riceveva noi parenti delle vittime al Quirinale nei vari anniversari della strage, non aveva niente da dirci, se non frasi del tipo ‘purtroppo gli aerei cadono’ o altre tragiche ovvietà”, ha voluto puntualizzare la Bonfietti. “Cossiga ne dice tante, ma la legge è uguale per tutti. Se è incapace di intendere e di volere, lo si dimostri, sennò si dia seguito alle sue dichiarazioni”.E per comprendere meglio queste parole, Priore ha delineato il contesto in cui avvenne il disastro. Esortato da Scardova, ha parlato del “conflitto del Mediterraneo”, uno scontro aspro come la Guerra Fredda ma basato sul controllo delle risorse energetiche. Da una parte c’erano i paesi “avanzati” della costa nord – Francia e Gran Bretagna in testa – e dall’altra quelli della costa sud, ricchi di materie prime. Con una sola eccezione: l’Italia. Che, spinta da Enrico Mattei, si era inserita nel contenzioso e aveva scosso l’ordine precostituito, avanzando offerte molto vantaggiose ai nordafricani e contribuendo così all’innalzamento della tensione.Nel 1980, in particolare, la Francia cominciava a non poterne più di Gheddafi, il leader libico che godeva da sempre della protezione italiana. Il presidente Giscard d’Estaing parlava addirittura di una sua eliminazione fisica, contando sull’appoggio del vicino Egitto.  Dove nel frattempo gli Stati Uniti avevano installato una base militare, per mantenere la propria egemonia sull’area. E la sera del 27 giugno, guarda caso, Gheddafi aveva in programma un viaggio a Varsavia per scambiare il suo petrolio con del grano polacco.“Alla fine dell’indagine che ho condotto – ha osservato Priore – è emerso chiaramente che il Dc-9 è stato abbattuto da un missile nel corso di una guerra aerea condotta da Stati Uniti o Francia, gli unici paesi che sorvolavano i cieli italiani con un sistema di guida caccia”. In pratica, l’I-TIGI si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. E probabilmente, prima di essere colpito, stava proteggendo dai radar i Mig libici che avrebbero dovuto fare da scorta a Gheddafi: il relitto di uno di questi aerei è stato trovato sulla Sila il 18 luglio, 20 giorni dopo Ustica.Il giudice istruttore si è detto insomma convinto di essere arrivato al massimo livello possibile con gli strumenti giudiziari che aveva a sua disposizione. E Cossiga, parlando della Marina francese, “ha riempito la sola casella rimasta vuota”. “Ma perché ha aspettato 28 anni per farlo?”, lo ha incalzato Scardova. “Ha atteso la fine dei processi contro i generali responsabili dell’Aeronautica militare, che si sono conclusi nel 2007 con la loro assoluzione”, è stata la sua pronta risposta. “Un politico – ha aggiunto Priore –  preferisce che la verità la dipani il giudice”. E se la verità è di piccolo calibro, tanto meglio. Il peso del nostro paese è andato infatti riducendosi con il passare degli anni: “ormai non c’è più nessuna alleanza anti-comunista e noi non siamo più necessari”. La Francia invece ha ancora un potere enorme in Europa e nel mondo. E sembra molto improbabile, ora che la questione-Ustica è diventata meramente politica, che i nostri governanti vadano a chiederne conto a Parigi. E’ in quest’ottica che si spiega l’ipocrisia che ha accompagnato fin dal primo momento la strage del Dc-9. “Se avessero posto il segreto di Stato, come cittadina lo avrei accettato, anche se con difficoltà – ha ammesso Daria Bonfietti – Avrebbe voluto dire che il mio paese sa cosa è accaduto, ma che per qualche motivo non può dirlo. E io così mi sarei sentita meglio. Ma non è successo neanche questo”.Insomma, dall’incontro di Reggio è emerso una volta di più che l’Italia dopo Ustica ha avuto paura di dover mettere a nudo la propria debolezza. E’ per questo che il mondo politico e quello militare hanno deciso di ostacolare la giustizia, anziché mettersi al suo servizio. “Qualcuno ci ha seguito passo passo nelle indagini”, ha denunciato Priore. “I particolari che sono ovviamente emersi nell’immediatezza dell’evento sono stati deliberatamente distrutti e manipolati”, gli ha fatto eco la Bonfietti.  E’ stato imposto un silenzio totale. E tra gli effetti negativi di questa scelta, quello più inquietante è l’aver aggiunto altre vittime agli 81 passeggeri dell’I-TIGI. Diversi militari in servizio negli osservatori radar sapevano infatti cos’era successo nel cielo di Ustica, ma sono stati costretti a mentire. E alcuni di loro si sono suicidati. “O sono stati suicidati”, ha suggerito il giudice Priore. Proprio come è successo al pilota francese che ha sparato al Dc-9 in quella maledetta sera d’estate.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet