Il made in Italy dimezzato


BOLOGNA 18 MAR. 2010 – Un’etichetta che racchiude un mondo. Dietro la scritta Made In Italy ci stanno le imprese della penisola, centinaia di migliaia di posti di lavoro, una miriade di artigiani, nonché una bella fetta di Pil nazionale. In difesa di quell’anglosassone dicitura il Parlamento italiano (per la precisione la commissione Attività produttive, riunita in sede deliberante) mercoledì ha approvato un disegno di legge che impone nuovi obblighi di trasparenza sull’etichettatura dei prodotti di abbigliamento, calzature, pelletteria e divani. Il marchio Made In Italy, dice il testo del provvedimento, potranno apparire solo sui cartellini di prodotti finiti le cui fasi di lavorazione abbiano avuto luogo "prevalentemente" nel territorio italiano. Degli altri passaggi dovrà essere evidenziata la tracciabilità. Sull’etichetta dovrà poi essere specificato che le lavorazioni hanno rispettato le norme vigenti in materia di lavoro e di sicurezza dei prodotti, così come il rispetto della normativa europea e degli accordi internazionali per l’ambiente. A prima vista, una legge con tanti buoni propositi che può costituire un’arma efficace contro contraffazioni e sfruttamento di manodopera irregolare. Ma il rischio che si trasformi in un fucilino a tappo sta nell’avverbio "prevalentemente". Tradotto vuol dire che almeno due passaggi della lavorazione devono risultare effettuati in Italia. Questo stabilisce l’articolo 4 della legge."Si tratta di un punto debole", spiega a viaEmilianet Antonio Franceschini, responsabile nazionale e regionale di Cna Federmoda, associazione che rappresenta più di 25mila imprese artigiane e piccole-medie imprese del comparto moda italiano e che da più di un decennio si batte per la trasparenza sulla provenienza dei prodotti e delle parti di cui sono composti.Nessuna rivoluzione allora…Ben venga che qualcosa si sia fatto dal punto di vista delle garanzie in tema di lavoro, ambiente e sicurezza dei materiali, ma c’è ancora molto da lavorare. Non si può sbandierare che questa norma cambi tutto.E’ una legge che fotografa la situazione attuale?L’ambiguità di alcuni suoi passaggi fanno sì che per alcuni settori cambi poco. Facciamo l’esempio delle calzature. Anche adesso se si effettuano le fasi della concia e dell’assemblaggio in Italia, si può apporre l’etichetta Made In Italy. Come Cna Federmoda avremmo preferito una legge con indicazioni precise di passaggi che tassativamente vanno svolti sul nostro territorio. Nel caso delle scarpe la lavorazione della tomaia è molto importante, è il corrispondente della confezione per l’abbigliamento e dell’assemblaggio per la pelletteria. Non si può parlare di prodotti italiani nei casi in cui questi passaggi avvengono all’estero.Quindi anche le calze della Omsa fatte in Serbia potranno avere sopra la scritta Made In Italy…Basteranno due fasi fatte qui. Per quelle fatte all’estero ci sarà un’indicazione dell’origine, che però sarà messa in un’etichettatura secondaria che non balzerà all’occhio del consumatore.I promotori della legge dicono che avvantaggerà i piccoli artigiani, è così?Credo che non porterà a un gran risultato. Com’era prevedibile, sono entrate una serie di pressioni e richieste che hanno calmierato i propositi iniziali, portando a un testo che finisce per avallare il comportamento di coloro che hanno delocalizzato all’estero. Tanto, dunque, rimane da fare, soprattutto per quanto riguarda i controlli.L’Unione europea dovrà valutare questa norma, ci faremo ridere dietro?E’ positivo che l’Italia porti avanti il tema della trasparenza, ma lo si sarebbe potuto fare con un testo più forte, quale era quello della legge 99 approvata la scorsa estate sempre in materia di obbligatorietà sui marchi d’origine e che però è stato accantonato.

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