Il delirio societario del Bologna: tre anni di passione


BOLOGNA, 3 APR 2011 – Tre anni di alti e bassi in campo, ma soprattutto tre anni di delirio societario. Così potrebbe essere riassunta la storia recente del Bologna calcio, che dal momento del ritorno nella massima serie non riesce a trovare la pace del bilancio e dell’organigramma. Tra presidenti veri e mancati, soci di minoranza e di maggioranza, cordate fantomatiche e reali, si è perso il conto. Tutto comincia nell’estate del 2008, pochi mesi dopo il ritorno della squadra in Serie A, quando il Presidente Alfredo Cazzola, che si prepara alla campagna elettorale per diventare sindaco di Bologna, cerca di vendere la società. L’acquirente prescelto è Joe Tacopina, un anonimo avvocato newyorkese, che sul più bello cambia idea e se ne torna negli States, forse spaventato dai conti in rosso del club. La proprietà passa al socio di minoranza di Cazzola, Renzo Menarini, patron della Cogei costruzioni, che affida la presidenza alla figlia Francesca. Complice la crisi del settore edile, la famiglia Menarini non ha liquidità da investire nel calcio e cerca disperatamente fin da subito soci o compratori. Il primo reale tentativo di vendere la società avviene nell’estate del 2009, a favore di Rezardt Taçi, ex pizzaiolo e ora controverso petroliere albanese, amico personale di Sali Berisha. Pure Taçi, come già Tacopina un anno prima, si defila al momento dell’ultima firma. Dall’Albania fanno sapere che la butade sull’F.C. Bologna è servita a Taçi per sviare l’attenzione da alcune pesanti accuse di evasione fiscale. Delusi, i Menarini sono costretti a tenersi il Bologna per un altro anno, ma riescono comunque a ottenere la seconda salvezza consecutiva.Nell’estate del 2010, i Menarini riescono a disfarsi finalmente delle quota di maggioranza del club, che passa all’imprenditore sardo Sergio Porcedda, che riesce ad aggiudicarsi il club senza sborsare un solo euro. Difatti, Porcedda non paga l’acquisto ai Menarini, non paga la campagna acquisti estiva (ottima), non paga gli stipendi ai giocatori e le tasse allo Stato. Portato fin sull’orlo del fallimento, il Bologna viene salvato a fine 2010 dalla cordata guidata da Giovanni Consorte, di cui fanno parte artisti, imprenditori e associazioni bolognesi. Il Presidente designato è Massimo Zanetti, il patron della Segafredo, che però resta in sella soltanto poche settimane, prima di mollare per dissidi insanabili con i soci di minoranza.Consorte si mette allora alla ricerca di nuovi soci. Nella primavera del 2011 la scelta cade finalmente su Alfredo Cazzola, il presidente della promozione, che viene richiamato ad essere il socio di maggioranza relativa, con un "gettone" di 5 milioni di euro, e cui viene affidato il ruolo di amministratore delegato. Come altri prima di lui, Cazzola vede i bilanci della società, prende la penna e scrive un delizioso fax di benservito. Dopo tre anni dallo schiaffo di Tacopina, Cazzola ha chiuso il cerchio. Ma il Bologna è ancora senza una guida.

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