Graffiti banditi


La crociata è partita. Bologna è in preda al degrado quindi bisogna rimediare. La strada l’ha indicata l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi: "Via le scritte dai muri". Delbono, d’accordo con la sua giunta, non si è fatto pregare e ha stanziato, simbolicamente come primo atto ufficiale della nuova giunta, ben 180mila euro per ripulire dalle scritte i muri del centro della città. Il sindaco ha ricevuto il plauso bipartisan del consiglio comunale e ha rilanciato, cercando di coinvolgere nel progetto l’Università, le associazioni dei residenti e dei commercianti, in modo che l’intervento possa durare a lungo.Per rassicurare chi accusava la giunta di voler cancellare anche i graffiti di pregio (e Bologna ne è piena) Delbono ha garantito che sarà il MamBo, il museo d’arte moderna cittadina, a vigilare sulle cancellazioni e a tutelare le opere d’arte. Bene, l’amministrazione ci tiene perché la città ritorni ad essere pulita, senza per questo voler cancellare un pezzo di storia dell’arte della fine del novecento.Tuttavia, alcuni dubbi ci rimangono. In primo luogo, davvero l’intervento sui muri delle case del centro storico era il più urgente, il primo della lista? Non facciamo esempi di altri provvedimenti urgenti per Bologna, per non scadere nel benaltrismo, ma notiamo con un pizzico di delusione che la giunta Delbono comincia il suo lavoro facendo sua la pessima abitudine di certa politica di indicare un nemico pubblico, teoricamente facile da sconfiggere, per non dover dare la caccia agli altri.In secondo luogo, ed è il motivo più semplice per il quale i 180mila euro ci sembrano una follia, Bologna non ha alcuna garanzia che le scritte non ricompaiano. Delbono ha pensato a una specie di "ronde" formate da universitari e impegnate nel controllo delle strade e nella rimozione dei nuovi "tag", ovvero dei graffiti con la firma dell’autore. Purtroppo crediamo che non soltanto questo non basterà a scoraggiare i writers, ma piuttosto li spingerà ad aumentare gli sforzi, pur di non scomparire. Tanto più che, di solito, i writers che scrivono i tag sono ragazzini che vogliono far conoscere il loro nome.Ce lo spiega in quest’intervista Giacomo Ceccagno, in arte Jeos, un artista padovano che ha seguito un percorso legato a doppio filo con la street art: ha cominciato scrivendo tag, crescendo si è dedicato a graffiti più elaborati e ha sviluppato una tecnica molto particolare. Specialista in giochi di profondità e tridimensionalità, Jeos ha cominciato a esporre anche nelle gallerie, dedicando una buona parte della sua produzione proprio al mondo dei writer, cui è sempre appartenuto e continua ad appartenere.  Parlami della tua storia artistica.Io nasco come writer. Ho cominciato come tutti gli altri, da ragazzino con le tag in giro per la mia città. Quando poi sono andato all’Accademia ho coniugato e ho contaminato il mio stile con gli elementi classici che mi hanno insegnato lì. Adesso faccio principalmente altorilievi e bassorilievi, ma per esempio proprio ora, mentre parlo con te al telefono, sto facendo un pezzo (un graffito, ndr) su un muro. Cominciamo proprio dalle tag, ovvero dalla propria firma che un writer ripete centinaia di volte sui muri, sulle colonne e sulle serrande dei negozi. Sono necessarie?Sì, le tag sono una cosa che ciascun writer ha fatto soprattutto all’inizio, quando si è più giovani e non ti conosce nessuno. Le tag sono una parte della nostra cultura, il nero del nostro Tao. Il bianco sono invece i pezzi più elaborati. Legalità e illegalità sono per noi due facce della stessa medaglia. Quindi non può esistere un writer senza una tag?E’ un percorso naturale, mettere la propria firma per noi è il primo passo. Di solito è una cosa che si fa da adolescenti, poi si smette. Certo, lo sappiamo che l’uso delle tag non è legittimo, che lede la libertà di un altro, che si vede "sporcata" la parete esterna della propria casa o la serranda del negozio. Comunque starei bene attento a considerarlo vandalismo, secondo me il vandalismo è un’altra cosa. Cioè?Per esempio, tra i writers ci sono molte regole non scritte. Un writer affermato non si sognerebbe mai di mettere una tag su un monumento cittadino. In quel caso noi lo definiamo "Toy", e lo consideriamo non degno di rispetto. I writers amano e rispettano la città. Piuttosto, a scrivere sui monumenti di solito sono i ragazzini, che non hanno ancora chiaro il limite tra un pezzo degno di esistere e un gesto inutile, e che hanno troppa fretta di farsi conoscere, anche nei modi sbagliati. Bologna è una città come le altre per la street art?Bologna è una delle più importanti, ci sono degli splendidi artisti. Noi di Padova siamo gemellati con loro, ospitiamo spesso i vari Dado, Mambo e Rusty, e andiamo da loro. Lei sa che a Bologna il primo provvedimento della nuova amministrazione è lo stanziamento di 180.000 euro per cancellare le scritte dai muri della città. Cosa ne pensa?Sì, ho saputo questa cosa… Mi sembra un gioco! La maestra che cancella la lavagna per una classe di ragazzini armati di gessetti colorati… Già, e allora cosa si potrebbe fare?Secondo me la strada giusta è la formazione. I writers della vecchia generazione, che hanno cominciato anche loro con le tag, potrebbero andare nelle scuole, alle superiori, ma magari anche alle medie, a spiegare cosa si può fare e cosa no. Potrebbero spiegare ad esempio come il graffito serva a esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni. L’imitazione è un’arma molto forte: se un ragazzino si ferma ad ammirare un’opera di Blu (uno dei writer più bravi e famosi a livello internazionale, ndr) e la capisce è probabile che voglia imitare i suoi pezzi, piuttosto che dedicarsi alle semplici tag. Lei è un writer, ma è anche un artista che espone in galleria e nelle rassegne convenzionali. Come si passa dalla strada e dai muri di periferia alle mostre?Questo non glie lo posso dire, ciascuno ha un suo percorso professionale e artistico, è impossibile dare un’opinione generale. Le posso dire, però, che la street art è molto in voga, soprattutto in Italia, e che il passaggio verso espressioni artistiche differenti è piuttosto comune tra di noi. Il mondo dell’arte contemporanea guarda con sempre maggiore interesse al nostro modo di lavorare, cerca di coinvolgerci. A volte però travisa il senso della street art. Ad esempio?Spesso entrano in gioco anche questioni politiche, come quando, qualche anno fa, Sgarbi si espresse a favore della tutela dei graffiti del Leonka, a Milano. Non credo alla sua smania di proteggere quei muri, ci sono degli interessi dietro. Ma questa, comunque, è solo la mia opinione.

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