Fondazione Manodori: al dialogo non c’è alternativa


© Telereggio3 OTT 2009 – Il presidente Borghi sino ad ora si è limitato a riconvocare il Consiglio ogni volta con lo stesso ordine del giorno, forse sperando che sull’altro fronte qualcuno si ritirasse. Ma la speranza non è uno strumento di governo. Il dialogo è l’unica alternativa, e lo è non solo per i consiglieri cattolici sollecitati da mons. Caprioli. La lettera del Vescovo di Reggio è un clamoroso dejà vu. Ne scrisse una simile nel luglio del 2004, dopo tre mesi di stallo in Fondazione, esortando i cattolici ad una analoga collaborazione e prendendo le distanze da Massimo Mussini.Farebbe bene a rileggersi quella lettera il nuovo designato del Vescovo, Riccardo Simonini, il cui voto è stato decisivo per l’elezione di Borghi e Carbognani. Il concetto di intese allargate e di bene comune si è fermato il 13 agosto a sette consiglieri su tredici: forse mons. Caprioli si immagina qualcosa di meglio. L’assenza statutaria di vincoli di mandato consente a tutti gli eletti di ignorare il pensiero di chi li ha nominati, ma se la correttezza giuridica non è in discussione, la coerenza etica è invece tutta da dimostrare. Questo è il grande problema morale che ammala la Fondazione di oggi: c’è chi pensa di poter fare ciò che gli pare, e finisce per farlo a proprio esclusivo beneficio.L’alternativa è andare lì per rappresentare qualcosa e qualcuno di più collettivo, trasparente, condiviso, come stanno tentando di fare alcuni consiglieri, o non se ne esce. Poi ci sono altri due problemi altrettanto grandi: il primo è di natura giuridica. Il candidato del Vescovo deve, da statuto Manodori, essere un esperto riconosciuto nel campo dell’arte. Riccardo Simonini lo è o non lo è? E’ vero o non è vero che due nomi della terna indicata dalla associazione La Melagrana erano irricevibili, e quindi la terna non esiste? Nessuno ancora ha risposto ma sono quesiti seri che riguardano tutti. Perchè se anche uno solo degli eletti non ha i requisiti, crolla l’intero castello. C’è infine sul tappeto un altro interrogativo, di natura politica e di interesse collettivo, che a noi appassiona più delle schermaglie statutarie.Cosa deve fare di mestiere la Manodori? Il socio di Unicredit, investendo sempre e comunque nella banca, che già bussa di nuovo, o il socio della comunità locale, investendo nei suoi progetti di crescita e nei bisogni dei suoi cittadini? E’ tempo di scelte, perché le due cose assieme faticano a convivere. L’utilità sociale sul territorio e la sussidiarietà, concetti tanto cari anche al Vescovo, sono nel DNA della Manodori a patto che esistano le risorse e le riserve necessarie per riempirli di contenuti. La strada intrapresa negli ultimi anni non ci pare autorizzi sonni tranquilli.

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