Fiom, l’autunno caldo è già iniziato


BOLOGNA, 11 SET. 2010 – Di finire in una riserva, del tipo di quelle indiane, non ne vogliono sapere. Gli operai della Fiom in settimana l’ascia di guerra l’hanno già dissotterrata (ammesso che l’avessero mai messa da parte). In Emilia Romagna ci hanno messo un battito di ciglia a organizzare scioperi, picchetti e assemblee di fabbrica. I primi presidi si sono visti mercoledì mattina in aziende del bolognese come Minarelli, Ima, Menarini, Beghelli e Gd. A sollevare indignazione è stata la disdetta del contratto nazionale dei metalmeccanici da parte di Federmeccanica. Uno strappo che si sapeva sarebbe arrivato, ma non con 16 mesi d’anticipo rispetto i 3 previsti dalle disposizioni in calce. Un atto di forza che fa capire chiaramente come difficile sarà il dialogo tra il primo sindacato dei metalmeccanici e l’associazione di categoria delle imprese del settore.Il riferimento per gli industriali ora è il cosiddetto "contratto separato" siglato solo con Cisl, Uil e Ugl il 15 ottobre del 2009. Un patto, assolutamente non riconosciuto dalla Fiom, in cui è prevista la possibilità di derogare ampie parti contrattuali ai livelli decentrati. In altre parole il via libera a un quadro in cui senza problemi si inserisce l’accordo di Pomigliano d’Arco (limitativo di alcuni diritti sindacali, tra cui quello di sciopero). Tutto cambierà a partire dal 2012, perché per ora, ovviamente, resta in vigore ancora il contratto "Fiom" del 2008. Ma le tute blu è come se sentissero già sulla propria pelle i cambiamenti peggiorativi delle loro condizioni di lavoro."Ci batteremo sia nelle fabbriche sia sul piano legale per difendere l’esistenza di un contratto degno di questo nome" è stata la "dichiarazione di guerra" del leader della Fiom Maurizio Landini. Il suo collega Fabio Papignani, segretario a Bologna, è pronto già dalla prossima settimana a mettere alla prova la disponibilità al dialogo di Unindustria in una ventina di vertenze. "Il contratto del 2008 sia il punto di riferimento a cui aggiungere e non togliere", ha spiegato Papignani. A effettuare un primo test di tenuta dei rapporti sociali saranno imprese come Saeco, Lamborghini e Bonfiglioli.Secondo il giuslavorista del Pd Pietro Ichino, l’atto di Federmeccanica "segna ufficialmente l’apertura della crisi del nostro sistema di relazioni industriali centrato sul contratto nazionale". Se si dovrà dunque indicare un colpevole per l’autunno caldo alle porte, lo si potrà trovare negli industriali. I quali però dicono che è tutta colpa della Fiom, della sua intrinseca cultura del conflitto, della sua incapacità di adeguarsi alle nuove leggi della globalizzazione. "Il problema vero è che non accetta nessun cambiamento nelle relazioni industriali per rendere le imprese italiane più competitive", ha sbottato Emma Marcegaglia.Anche il parere di diversi economisti è favorevole a un cambiamento di atteggiamento da parte dei sindacati. Via tutti gli ideologismi. A sentire il docente Stefano Zamagni oggi non ha più senso parlare di antagonismo tra lavoro e capitale. Ad andare di moda sono concetti dal nome inglese come "collaborative enterprise", l’impresa collaborativa. Questo il professore di Bologna ha spiegato a un giornalista a margine dell’inaugurazione dello spazio espositivo della Regione Emilia-Romagna all’Expo di Shanghai. Dei salari più bassi d’Europa, di una politica industriale inesistente da parte del governo, dei mancati (e sbagliati) investimenti in innovazione e sviluppo da parte di Fiat nel ramo dell’auto, troppe volte ci si dimentica. Magari col rischio di lasciarsi incantare da strane formule pronunciate dai nostri governanti. "Giusto che i lavoratori acquisiscano il diritto a condividere i risultati delle loro fatiche anche in termini di salario collegato ai risultati dell’attività industriale", ha detto Maurizio Sacconi di recente. "La politica di combinazione tra capitale e lavoro – gli ha fatto eco Giulio Tremonti – va sviluppata con una remunerazione calcolata sugli utili delle imprese". Salvo poi andare a constatare che le leggi in cui si prevede la partecipazione agli utili da parte dei lavoratori dormono in parlamento insieme a tanta altra fuffa.

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