Fiom Bologna: salvare le industrie non i portafogli degli imprenditori


BOLOGNA, 1 LUG 2009 – Un appello alle istituzioni e a Unindustria per far fronte alla crisi di molte industrie bolognesi, "perché salvare le aziende non significa salvare il portafoglio dell’imprenditore, ma il patrimonio industriale di Bologna". Bruno Papignani, segretario generale della Fiom-Cgil di Bologna, sferza i suoi interlocutori e dà il suo "benvenuto" al nuovo presidente di Unindustria Bologna Maurizio Marchesini."Spero in una discontinuità rispetto alla gestione precedente – dice – che era molto schiacciata sulla linea Marcegaglia-Berlusconi. Marchesini, almeno a parole, mi sembra più cauto, lo considero una persona corretta". "Nel bolognese la crisi sta facendo registrare un salto di qualità in negativo – spiega Papignani – Nell’industria metalmeccanica, in molti casi, si passa dalla cassa integrazione ordinaria a quella straordinaria e alla mobilità".Il riferimento è, in particolare, alla situazione di Magneti Marelli, Fini Compressori e Harris Calorific. La Marelli, spiega il segretario della Fiom, "é parte del tourbillon della Fiat, siamo aggrappati al girocollo di Marchionne. Da maggio è iniziata la cassa integrazione ordinaria nello stabilimento di Crevalcore. Da ieri, sono stati lasciati a casa 27 lavoratori interinali, su 75 presenti. Per gli altri la prospettiva è perdere il proprio posto di lavoro entro luglio". Per Fini Compressori, è in approvazione un piano di fallimento extragiudiziale che prevede, oltre alla cessione di vari asset, tra cui due dei tre capannoni dell’azienda, il taglio di oltre 100 posti di lavoro. "Ma questo piano non ci è stato sottoposto – attacca Papignani – ci è solo stato chiesto di sottoscrivere il licenziamento di 116 lavoratori. Saranno loro a pagare la crisi". Nei prossimi giorni, la Fiom-Cgil chiederà un incontro in Provincia sul futuro dell’azienda. Sulla Harris di Pianoro, il segretario della Fiom definisce "indecente" il comportamento dei proprietari americani, che un anno fa avevano garantito il mantenimento del sito produttivo e ora hanno deciso di trasferire tutta la produzione in Polonia, mantenendo in Italia (ma anche questo è in forse) la sola parte commerciale. "Questa non è una crisi aziendale, è una delocalizzazione. Se vogliono andarsene, serve un risarcimento ben diverso dai 25 mila euro proposti ai 48 lavoratori che perderanno il posto. Scriveremo all’ambasciata americana". Il 3 luglio è previsto un incontro in Confindustria. I dipendenti della Harris sono in sciopero da otto giorni.

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