Ferrari a Wall Street, è subito boom


In una Wall Street tinta di rosso Marchionne suona la campanella di inizio seduta e il titolo Ferrari fa subito boom schizzando, in pochi minuti, oltre i 60 dollari per azione con un +16% sui 52 dollari iniziali decisi dopo un’offerta pubblica andata completamente esaurita. Tenendo fede alla sigla di quotazione, Race, il Cavallino comincia la sua avventura nel più importante mercato finanziario del mondo subito di corsa. Al fianco del presidente Marchionne, il figlio del drake e azionista con il 10% Piero Ferrari, il presidente di Fca John Elkann e l’amministratore delegato Amedeo Felisa, dato per partente dopo l’arrivo di Marchionne, ma a cui lo stesso manager ha più volte oggi espresso la sua fiducia. Nella sala intanto l’area delle negoziazioni Ferrari, con gli operatori per l’occasione vestiti in rosso, veniva subito circondata dai broker famelici pronti ad assicurarsi per primi il titolo della Rossa di Maranello. All’esterno del New York Stock exchange una sfilza di Ferrari facevano da bella mostra per il debutto del titolo: la milionaria LaFerrari, la F 12 Berlinetta, la California T, la 488 GTB. E una storica 250 California battuta all’asta a livelli record. “Adesso comincia la vera espansione del marchio – ha detto all’uscita Marchionne – spiegando che la quotazione americana fa parte del conglomerato delle auto di cui Ferrari deve fare parte”. Il ricavato dell’Ipo, ha spiegato ancora Marchionne, servirà per ridurre il debito di Fca. Cambia ora anche la composizione societaria della Ferrari: l’80% è stato distribuito tra i soci di Fiat Crhysler Automobiles, con Exor (la finanziaria degli Agnelli) che detiene il pacchetto di maggioranza; un dieci percento, ossia 17,18 milioni di azioni, è finito in borsa a Wall Street, un altro dieci resta invece in mano a Piero Ferrari. La quotazione ha quindi stabilito un valore complessivo della società di Maranello che supera i dieci miliardi di dollari. Meno dei 13 previsti da Marchionne, il doppio di quello previsto invece da alcuni analisti più scettici. In futuro sarà comunque il mercato a determinare il valore del più prestigioso marchio del made in Italy.

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