Fellini 2010, l’anno delle cifre tonde


13 GEN. 2010 – Il 20 gennaio prossimo sarebbe caduto il novantesimo compleanno di Federico Fellini e non c’é dubbio la quasi contemporanea uscita nelle sale italiane del film di Bob Marshall "Nine" (sarà in sala il 22, ma l’anteprima stampa è domani) sia un indiretto omaggio a questo anniversario così come del resto lo è esplicitamente il film che si ispira alle paradossali avventure di Marcello Mastroianni nei panni dell’incerto regista di "Fellini otto e mezzo".A cavallo fra questo mese e il prossimo cadono del resto alcuni anniversari felliniani che non passano inosservati: il 5 febbraio ricorrono i 50 anni della "prima" del film più famoso del regista riminese, "La dolce vita" e poco più in la, il 16 marzo, festeggerà i suoi 90 anni Tonino Guerra, l’amico di una vita, lo sceneggiatore dei capolavori della maturità tra "Amarcord", "E la nave va", "Ginger e Fred". Mentre all’interno della fondazione Fellini si cerca di ricomporre l’ultimo dissidio tra organizzatori ed eredi, il festival del cinema italiano di Bari, in programma nelle prossime settimane e impreziosito proprio dallo sbarco in Puglia di "Nine", ricorderà il Grande Federico e intitolerà uno dei maggiori premi al nome di Tonino Guerra. A Roma poi, proprio a partire dal 5 febbraio, si rievocano i fasti della via Veneto de "La dolce vita" con una settimana di degustazioni d’epoca firmate dallo chef Adriano Cavagnini sull’esclusiva terrazza dell’hotel Eden e una mostra. Una volta di più, si potrebbe dire, sacro e profano, serio ed ironico si intrecciano nel segno di Fellini e della sua memoria e c’é da scommettere che proprio lui, l’ironico vignettista del "Marc’Aurelio", l’irrequieto collaboratore di Rossellini e Zavattini, il regista acclamato in tutto il mondo (l’unico italiano a vincere per 4 volte l’Oscar, più uno alla carriera) si troverebbe a suo agio e ne riderebbe di gusto. Nato a Rimini da famiglia borghese, con madre romana e una precoce passione per l’arte ed il cinema, Federico Fellini firma i suoi primi impegni professionali ad appena 18 anni addirittura sulle colonne del settimanale "La domenica del Corriere". Sbarcato a Roma nel gennaio del ’39 con l’idea fissa di diventare giornalista, Fellini si iscrisse per finta alla facoltà di legge (non diede neanche un esame) e trovò presto il successo firmando in punta di penna vignette e storie satiriche, trasmissioni radiofoniche e copioni per i grandi comici dell’epoca come Macario e Fabrizi. L’incontro con Rossellini (che pare rimpiazzò addirittura dietro la macchina da presa in alcune sequenze di "Paisà") data del 1945, l’esordio ufficiale da regista è del 1950 quando dirige insieme con Alberto Lattuada "Luci del varietà". Si deve proprio a questa "mezza regia" l’anomalo conteggio dei film del Maestro da lui stesso bonariamente preso in giro nel titolo dell’autobiografico "Fellini otto e mezzo". E’ proprio questo copione, largamente reinventato sul set giorno per giorno secondo un modello artistico ed espressivo irripetibile che Fellini aveva messo a punto durante "La dolce vita", si ispira scopertamene il musical di Bob Marshall adesso in uscita italiana e tra i favoriti per qualche premio all’Oscar di fine febbraio. Del resto "Otto e mezzo" conquistò anch’esso la prestigiosa statuetta dell’Accademy portando alla vittoria anche il costumista Piero Gherardi. E l’opera campeggia  in bella mostra stando al terzo posto della classifica sui più grandi film di sempre stilata dai registi interpellati dalla prestigiosa rivista inglese "Sight and sound". Nel 1987 Federico Fellini ricevette il titolo di Cavaliere di gran croce della Repubblica italiana e lo stesso riconoscimento sarebbe andato, qualche anno dopo, a Tonino Guerra. I due divennero amici nella Roma provinciale e internazionale insieme degli anni ’60, si ”annusarono" a lungo mettendo insieme memorie comuni della terra di Romagna e soltanto dopo che entrambi erano arrivati alla piena affermazione, agli inizi degli anni ’70, decisero di firmare insieme la sceneggiatura di ”Amarcord" (1973). Per Fellini si trattava del lavoro conclusivo di una trilogia dedicata alla memoria dopo i "Clowns" e "Roma".

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