Federico, Stefano e gli altri


2 NOV 2009 – Il giorno dopo la morte della brigatista rossa Diana Blefari Melazzi, suicida nella sua cella di Rebibbia, i suoi avvocati difensori, Caterina Calia e Valerio Spigarelli, spiegano: “Se fosse stata accusata di un reato comune sarebbe stata curata, ma l’entità dell’imputazione, terrorismo, ha fatto in modo che lo Stato non riuscisse a scindere tra potere punitivo e diritti di una persona”.La sostanza del carcere è questa: lo Stato giudica che una persona debba essere tenuta lontana dalla società e la “prende in carico”, la rinchiude, ne limita ogni libertà. Una realtà da cui nessuna società è riuscita ad affrancarsi. In “cambio” lo Stato è tenuto a tutelare la sopravvivenza e la dignità umana di queste persone detenute. Se non lo fa rientra nel novero degli stati non democratici, quelli che la gente la fanno sparire, la mettono nei lager, nei gulag, nei laogai come in Cina.Da anni si ripete che il carcere non deve (solo) punire ma riabilitare. L’associazione "Ristretti Orizzonti" nel suo dossier "Morire di Carcere" scrive: “Quando il sistema penitenziario italiano viene definito ‘fuori-legge’, ‘illegale’, ‘incivile’ dallo stesso ministro della Giustizia, vuol dire che la sofferenza di chi sta in carcere supera il livello ritenuto ammissibile, che la pena diventa supplizio”. Parole in piena sintonia con quelle dei difensori di Diana Blefari Melazzi: “Nessuno si è voluto prendere la responsabilità di dire che una pericolosa terrorista non era in grado di stare in carcere e a processo. Diana Blefari Melazzi poteva essere curata e poi riportata in carcere. Non c’è stata prevenzione, ma ha prevalso l’aspetto punitivo".“Non volevamo una dichiarazione di incapacità di stare nel processo, ma una sospensione affinché fosse curata. Il meccanismo non ha funzionato. Lo Stato ha la responsabilità dei detenuti”.Uno Stato inadeguato. Ma anche qualcosa di molto peggio nel caso di Stefano Cucchi, il ragazzo morto dopo l’arresto e sul cui corpo tutti abbiamo potuto vedere i segni della violenza.“Chi controlla i controllori?”, si chiede in un’intervista all’Unità la mamma di Federico Aldrovandi, ucciso dai poliziotti a Ferrara. E si risponde: “Il problema sono le regole e chi le deve far rispettare, che non può essere al di sopra della legge”. I genitori di Stefano hanno chiamato la mamma di Federico nei giorni scorsi. Così come la mamma di Carlo Giuliani (ucciso al G8 di Genova 2001 da un carabinieri) aveva chiamato la signora Aldrovandi. Una catena ininterrotta. Un cerchio di violenza da spezzare.Ma lo spezzerà l’Italia del razzismo al potere? Lo spezzerà l’Italia della politica corrotta e chiusa su se stessa? La risposta è no, naturalmente. Verrà forse un’altra stagione di diritti e libertà, fuori e dentro il carcere, ma non è questa.

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