Federico, il giorno dopo la sentenza


FERRARA, 7 GIU. 2009 – E’ stata una sentenza liberatoria, che ha messo a nudo tutta la tensione e la stanchezza accumulate negli ultimi quattro anni. Da quando cioè Federico Aldrovandi è stato ammazzato – finalmente ora lo si può dire senza giri di parole – da quattro agenti della polizia di Ferrara. Una fine tragica e senza motivo, che ha coinvolto la famiglia e gli amici del ragazzo in uno sforzo collettivo per combattere i tentativi di insabbiamento della vicenda e di depistaggio delle indagini e poi in un processo lungo e difficile. La lettura della condanna a tre anni e sei mesi inflitta dal giudice Francesco Maria Caruso a Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri è stata accolta da molti applausi e tante lacrime, legittimo sfogo di chi ha vissuto per troppo tempo sotto pressione e che ora, pur con un vuoto dentro il cuore quasi impossibile da colmare, ha raggiunto un obiettivo. E’ stata una battaglia molto dura, ma adesso, finalmente, è il momento del riposo. E’ Lino, il papà di Federico, che meglio di tutti esemplifica questo stato d’animo. "Oggi nessuno potrà più dire che mio figlio è morto perché drogato", dice fuori dall’aula alludendo alle cause proposte dalla difesa e dalla polizia. E poi aggiunge: "Nessuno comunque potrà restituirmi il mio Federico. E adesso é ora che mi riposi da tutto questo caos, è ora che mi lascino solo con lui". Accanto a lui c’è la moglie Patrizia. Nel cortile del tribunale centinaia di persone, come mai si erano viste da queste parti, aspettano che esca per abbracciarla. E’ dal blog che ha aperto, una vera e propria richiesta d’aiuto, che è partita la ricerca della verità sulla morte del figlio. E adesso che i colpevoli hanno un nome, tutti vogliono festeggiare con lei. Dura come suo solito e perentoria, però, Patrizia non si lascia ancora andare del tutto e commenta: "Eravamo convinti della colpevolezza dei quattro poliziotti, ora il tribunale lo ha sancito e così doveva essere. Ci sono stati momenti in cui ho avuto paura che se la potessero cavare, ma in fondo ci ho sempre creduto. Ora quei quattro non devono più indossare la divisa". E’ questo il suo cruccio ora: gli assassini di Federico non devono più continuare a lavorare facendo finta che non sia successo nulla. Paolo Forlani, uno dei quattro poliziotti condannati, in questi giorni è addirittura in servizio di frontiera per il G8. Ma la sentenza impone una decisione sul loro futuro, dal punto di vista disciplinare. Bisognerà aspettare, perchè dalla questura, per ora, arriva solo un secco "no comment".Commentano, invece, gli avvocati di parte civile, ricordando le sofferenze patite nei primi mesi delle indagini, quando hanno dovuto fare i conti con un clima a dir poco ostile. "Guardando indietro possiamo dire che non erano vere le accuse di chi diceva che volevamo speculare su questo dramma", dice l’avvocato Riccardo Venturi. Gli fa eco Fabio Anselmo, che analizza il processo dal punto di vista tecnico: "quattro anni sono lunghi, e la sentenza si commenta da sola e ci ha dato ragione di tutto ciò che abbiamo fatto, contro chi ci ha denunciati per calunnia, ad esempio, sostenendo che dicevamo il falso". Soddisfatto, infine, il pm Nicola Proto, che aveva ereditato un’inchiesta zoppicante da altri colleghi e l’ha rimessa in piedi: "E’ stato un processo lungo, difficile e complicato. Ora quello di primo grado si è chiuso ed è già un buon risultato per una vicenda che è stata drammatica". Proto non ha voluto commentare la sentenza, che conferma di fatto le sue tesi e le sue richieste, e si è limitato a dire che "l’impianto accusatorio ha tenuto". E quando gli è stato fatto rilevare che uno degli imputati ha detto che "giustizia non è stata fatta", ha ribadito: "Ne prendiamo atto, ma ora leggeremo le motivazioni del giudice". LA LETTERALa sentenza ha rappresentato la fine di un incubo anche per Nicola Solito, ispettore della Digos in forza alla questura di Ferrara ma soprattutto amico di famiglia degli Aldrovandi. A lui è toccato, all’alba del 25 settembre 2005, l’ingrato compito di riconoscere il cadavere di Federico. Ma soprattutto è stato lui a raccontare alla famiglia, diverse ore dopo, quello che era accaduto.Ieri mattina Solito, prima dell’inizio dell’udienza definitiva, ha consegnato a Stefano Aldrovandi una lettera che ha voluto indirizzare a suo fratello Federico. “Ho davanti agli occhi lo strazio di tuo padre che, inginocchiatosi davanti, mi stringeva forte le gambe urlando: “Dimmi che non è vero Nicola… dimmi che è uno dei tuoi scherzi…” – si legge nelle prime righe – Sarebbe stato uno scherzo troppo crudele. Tante volte quella mattina ho pregato Dio di essere ancora nel mio letto, che quello che stavo vivendo era un brutto sogno. Purtroppo era vero. Con i tuoi genitori abbiamo deciso di non vederci e frequentarci più per motivi di opportunità, perché non volevamo che qualcuno, nel vederci insieme, potesse pensare o credere chissà che cosa. È stata una decisione sofferta ma opportuna. Gli amici si vedono nel momento del bisogno e io non ho potuto stargli accanto”.Nei tre fogli che ha riempito, l’ispettore analizza il comportamento dei quattro agenti, e lo condanna apertamente. “Il tuo, era e doveva essere il più semplice degli interventi che una forza di polizia può affrontare e risolvere – sostiene Solito – Quando ci si trova di fronte a una persona nelle condizioni in cui ti hanno descritto, la prima cosa da fare è chiamare un’autoambulanza con medico al seguito. Nel frattempo si prova a dialogare con chi ti sta di fronte per cercare di calmarlo, di tranquillizzarlo. Se poi è violento o diventa violento ci si allontana, ci si chiude in macchina chiedendo rinforzi. Di solito si immobilizza il soggetto e il medico pratica un’iniezione con del calmante. C’era solo questo da fare e nient’altro”. Quello che è invece accaduto “quella mattina, e da quella mattina in poi, è un incubo – continua Solito -. In tutto quel tempo ho dovuto fare i conti con me stesso e con tutto quello che mi circonda, da una parte l’uomo e dall’altra il poliziotto, perché io ero “l’amico” e per questo ho subito gratuitamente delle minacce, battute e commenti fuori luogo". Esperienze che, a suo dire, "ti sconvolgono radicalmente la vita, ti sfiancano", anche perchè "gente che è arrivata a fare quello che ha fatto è capace di tutto”.Alla vigilia della fine del processo, però, Nicola Solito ha deciso di uscire allo scoperto e liberarsi del suo peso. “Questa mattina, per la sentenza, come quella maledetta mattina del 25 settembre, sono e mi sento solo – continua la lettera – e da solo ho deciso di essere al fianco di tuo padre Lino, di tua madre Patrizia, di tuo fratello Stefano. La sentenza, non mi interessa, qualunque essa sia. Da oggi in poi, mi interessa solo tornare a stare al fianco dei tuoi genitori e di Stefano, Perché l’amicizia, come l’amore e come altri e veri nobili sentimenti che non accettano condizioni, non possono e non verranno mai scalfiti da qualsiasi strategia, disgrazia, da qualsiasi evento”.

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