Euro di felicità


     L’8 gennaio 2002 avevo l’aereo per Bruxelles e mi sono beccato lo sciopero dei controllori di volo. Sono partito alle 18 e 55 anziché alle 12 e 55 e quando sono arrivato alla stazione di Bruxelles centrale non c’erano più treni per Colonia. Il primo era alle sette del mattino. Mi sono detto: “Mò ‘ndo vado? Io nove ore in stazione non le passo”. Di andare in un hotel, nemmeno a pensarci. Forse però qualcuno che mi avrebbe potuto ospitare per una notte in città c’era. Giusto un paio di settimane prima, mentre ero a casa per le vacanze di Natale, ero andato al Corallo. Che cacchio c’entra, direte voi. E’ quella discoteca citata in una canzone di Ligabue e in una di Capossela. Là un mio compagno di Università mi aveva presentato una certa Annalisa, o forse Annamaria, per gli amici Annì. Una studentessa di lingue che stava facendo l’Erasmus a Bruxelles. “Bellissimo! Sai che è vicino a dove sto io?” le ho detto io. Annì mi aveva spiegato a modo dove abitava. Ma a modo a modo, così che se avessi voluto fare un giro a Brussel avrei potuto fermarmi da lei nel suo studentato. Un incontro provvidenziale. Dovevo raggiungere Annì. La prima cosa da fare era lasciare la valigia da 20Kg e pressoché tutto il contenuto dello zaino-bagaglio-a-mano da 15 chili nel deposito della stazione di Bruxelles centrale (n.d.a: incurante del fatto che non doveva superare i 5 chili, l’avevo riempito fino all’impossibile tant’è che alla fine a Milano me l’avevano imbarcato insieme alla valigia. Come bagaglio a mano avevo preso una borsa della spesa con dentro i panini. E tutto quanto mamma comanda, compresi i resti dei cesti natalizi. Dentro quella sporta faceva bella mostra di sé il sacchetto argentato contenente uno zampone sottovuoto. La scatola l’avevo tolta per evitare l’ingombro. Che poi questa borsa l’avevo lasciata incustodita vicino a un’Equipe di meccanici da moto che era in attesa del mio stesso volo. Quando sono andato per recuperarlo mi hanno preso in giro pensando contenesse una bomba. Per tutto il viaggio hanno continuato a chiamarmi "Ordigno". Poi mentre aspettavamo le valigie ho fatto loro credere che Ordigno fosse un famoso centravanti brasiliano dai tiri in porta che erano una bomba, solo che si scriveva "Ordino" con la bisciolina sulla enne. L’hanno bevuta). Dopo aver messo i bagagli dentro il loculo apposito, ho chiuso lo sportello e tranquillo e felice come una pasqua di avere il mio Eurokit da 25000 lire in tasca, ho cominciato a infilare i miei bei Euro dorati nell’automatico per il pagamento del deposito (che se non paghi, dopo 30 secondi ti si riapre lo sportello). Incredulo ho visto sputare fuori da quella macchina fetente il mio pezzo da mezzo euro. Ci volevano i franchi belgi. Flusso di coscienza: “Ma dico scherziamo? Siamo a Bruxelles e ancora la macchina per i bagagli non prende gli euro? Ma io scrivo una lettera a Prodi, e anche a sua moglie, che risponde alle lettere dei pensionati in crisi con la nuova moneta. Avrà pur tempo da dedicare a un erasmus in crisi con la vecchia moneta del Belgio…” Sono andato alla biglietteria, all’unico sportello aperto, si erano già fatte le dieci. Il bigliettaio, scocciato, mi ha allungato l’ultima moneta vecchia che gli era rimasta nella cassa, una moneta da 50 franchi. “Vabbè, mei che gninto. Devo arrivare a 130”. Alla grassona degli hot dog ho fatto la stessa richiesta. Mi ha preso la moneta da 50 restituendomi l’equivalente in Euro. “No! Così sono punto a capo. Ti ho detto che voglio della vecchia moneta belga del cavolo! Non so che farmene di questi cacchio di Euro! Son partito dall’Italia con un kilo di Euri!! Guarda!: questo qua (e glielo mostro) è l’euro kit, c’è anche stampato sopra lo stemma della repubblica!”. Gentilmente le ho poi spiegato che l’automatico del deposito bagagli prendeva solo franchi. “Ah! C’est bizarre! Tout le monde a deja changé les francs!” “Eh oui, c’est bizarre mais adess come casso faccio io con la valig?!”. Mi sono messo a fermare i passanti chiedendo se avessero ancora delle monete vecchio tipo. Alcuni andavano via frettolosi facendo finta di non vedermi, pensando fossi il solito accattone che chiede gli spiccioli per comprarsi il panino o il biglietto per casa. Una signora mi osservava nelle mie operazioni di “accattonaggio”. Di spiccioli non ne aveva, ma a un certo punto si è offerta di darmi una mano. In pochi secondi si è così formata una cerchia di persone tutte indaffarate a frugarsi nelle tasche e a chiedere in giro vecchi spiccioli. Ho così trovato, finalmente, due persone che facevano al caso mio: una con una moneta da 50 e l’altra con giusto i 30 franchi che mi servivano per chiudere il maledetto sportello del deposito bagagli. Un pensionato suonato, vedendo che pagavo il corrispettivo di quelle monete con degli euro italiani mi ha chiesto di cambiare i suoi euro “belgi” con i miei e si è scusato mille volte di non aver avuto in tasca la moneta di cui ero in cerca. “Vabbè ho capitoo! Nonno tieni questi euro, basta che non mi rompi i coglioni…”. Era tutto felice nel vedere che in Italia ogni moneta è diversa dall’altra mentre in Belgio hanno quasi tutte il profilo di questo ciccione con gli occhiali che non ho capito chi è. Forse è Prodi, però somiglia di più a Tremonti, bruttissimo. Potrebbe essere il re. “Ma perché, in Belgio ci sta il re? Boh, può essere, c’è anche una corona di fianco, con una ‘A’ sotto che potrebbe essere il simbolo della casa reale. Beh, noi andiamo in Europa con questi qua che hanno ancora il re? A parte che non sono gli unici e poi noi abbiamo Berlusconi…” Già, mi conveniva tacere e non fare domande stupide. Le poche cose che mi ricordavo riguardo le indicazioni di Annì erano che dovevo scendere alla stazione Brussel Midi e prendere un tram fino a Bascule. Il nome Bascule me lo ricordavo bene perché me lo ero fissato associandolo all’italiano "culo basso" e, come insegna il "memo training" (che è uno dei tanti corsi che ha fatto mio fratello. Mauro ogni tanto si chiede “Ma quanti ne ha fatti questo ragazzo di corsi?!”) se associ un termine nuovo o un numero a qualcosa che fa ridere succede che non te lo scordi. Infatti capita poi che ti chiedi: “ma cos’era quel numero di telefono che faceva tanto ridere?). Ho quindi preso il treno per la stazione Midi (che è Bruxelles sud, per chi non lo avesse capito), sono sceso e ho chiesto all’autista di un bus come fare per andare a Bascule. Il tram da prendere era il 23, la fermata però non sapeva indicarmela. Il dipendente della società brusselese di trasporti pubblici mi ha augurato buona ricerca regalandomi una cartina che in realtà gli avevo chiesto spudoratamente. Non trovando la fermata sono salito sul primo tram che passava chiedendo sempre indicazioni all’autista. Al suo cenno sono sceso, due fermate più in là. Dall’altra parte della strada c’era la fermata del 23. Dieci minuti di viaggio e sono arrivato nel famoso quartiere di Bascule. Gli abitanti del quartiere, pochi, a passeggio col proprio cane hanno subito notato uno strano tizio con lo zaino aggirarsi per le vie guardandone i nomi scritti sui cartelli al loro inizio. Ero io che cercavo di ricordarmi la via che Annì mi aveva detto quella sera in discoteca. Sono entrato in un pub per chiedere al gestore dove si trovasse l’università più vicina. Mi sembra di ricordare che lo studentato fosse quasi attaccato all’università, ma quella che mi ha indicato non era tanto vicina. Fuori dal locale ho incontrato un ragazzo con la sciarpa rossa che stava passeggiando con la sua ragazza. Gli ho posto la stessa domanda fatta nel pub. La sua risposta è stata un’altra domanda: voleva sapere se ero spagnolo. Ovviamente gli ho risposto di no, che ero italiano. Lui, ostinato, mi ha chiesto parlavo spagnolo. Allora gli ho spiegato, sempre in francese, che in quel momento la lingua era l’ultimo dei miei problemi. La sua ragazza mi ha sorriso lanciando uno sguardo al suo lui che intanto si ostinava a farfugliarmi qualcosa in spagnolo. Certo a mezzanotte potevo immaginare di trovare della gente un po’ ubriaca per strada. Salutati i due sono caduto in preda allo sconforto. Ho telefonato a Simone, il mio compagno di università che mi aveva presentato Annì in discoteca. Magari lui poteva fornirmi il suo numero di cellulare. Perché non ci avevo pensato prima? Ho cercato Simone al ristorante dei suoi. “Pronto Trattoria ‘il Giardinetto’”.“Buonasera, c’è Simone?”.“No, stasera non è qui”“Allora lo cerco sul cellulare”“Mah veramente, quando sono uscito era già in pigiama…”.Cazzo, l’esame di marketing. C’era il giorno dopo alle 8 e mezza. Ho cercato ugualmente Simone sul cellulare, ma era spento, come temevo. La mia ricerca è ripartita dalla fermata del tram dove ero sceso. Qualcosa mi diceva che ritentando mi sarebbe andata meglio. Arrivato a un incrocio ho notato un ragazzo e una ragazza intenti a parlare tra i binari del tram. Ho posto loro uno strano quiz: elencare i nomi delle vie lì vicino in modo che potessi magari riconoscere quella che mi era stata detta. Alla fine dopo averne ascoltate una decina e dopo una serie di miei "mmm …no" la ragazza si è rotta le scatole: “Ah, mais tu a été intelligente a ne pas ecrire l’addresse de ta amie!”. E’ stata ad ogni modo curiosa e contenta di sentirsi raccontare dove dovessi andare e perché mi trovavo lì a Bruxelles. Mi ha detto che potevo andare a dormire da lei. Missione computa! Col sorriso sulle labbra mi sono unito al gruppo. Anche Walter era ospite di Mike (abbreviazione di Marieclaire), laureata in teologia e insegnante di religione. Erano stati alla riunione della loro associazione di volontariato che dà aiuto a ragazze madri, o meglio, ai figli di queste. Ho capito di trovarmi in buone mani e di non essere assolutamente un peso questa persona che, anzi, sembrava stupita. Di solito era lei ad andare in cerca di persone con dei problemi raccogliendole come gatti per strada. Sul muro della casa di Mike spiccava un murale con scritto “Piccola casa”. Proprio così, in italiano; non poteva Mike dire di no a un italiano e non ospitarlo nella sua casa. Che era davvero piccola, soprattutto vecchia, ma accogliente e calda, con questa scala a chiocciola strettissima per arrivare ai piani superiori che erano costituiti ognuno da una sola camera da letto. Il divano era già pronto per me: cuscino più coperte. Praticamente un giorno sì e uno no c’erano ospiti. La mattina seguente abbiamo fatto colazione, per ringraziare dell’ospitalità ho lasciato a Mike la confezione di Zampone sottovuoto. Le ho spiegato come andava cotto, dentro la sua busta d’alluminio, immerso nell’acqua, stando attenti agli schizzi di unto bollente al momento dell’apertura con le forbici. Prima di salutarmi Mike mi ha regalato un’ultima chicca leggendomi l’invito a nozze di due suoi amici che le scrivevano di invitare chiunque avesse voluto al loro matrimonio. Dei tizi proprio fuori, non tanto perché si sposavano in un chiesolino in mezzo ad un parco, ma perché proponevano di ospitare in una specie di casolare abbandonato gli invitati a nozze. Questi avrebbero poi avuto il compito di preparare del pane, l’ingrediente principale per la zuppa del pranzo nuziale. Un fior di menu. I futuri sposi erano argentini, vivevano in Belgio ma volevano tornare in Argentina. Non era proprio un bel momento per fare ritorno in un paese che si trovava nel pieno di una crisi economica che l’aveva messo in ginocchio. La coppia aveva comunque idea di aiutare la gente in difficoltà. Se prima avevo dei dubbi, in quel momento ho avuto la certezza di trovarmi con della gente veramente troppo fuori di melone, che però forse aveva capito tutto dalla vita. Peccato poi non essere tornato in Belgio l’aprile seguente, a mangiare quella zuppa.

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