Eternit, ‘A Rubiera si appaltavano i lavori peggiori’


13 LUG. 2010 – I racconti di ex operai e sindacalisti di nuovo al centro del maxi-processo alla multinazionale dell’amianto. Al banco dei testimoni di parte civile nell’udienza di ieri hanno preso posto lavoratori di Casale Monferrato e di Rubiera, paese in provincia di Reggio Emilia. E lo scenario dipinto dalle testimonianze è stato nuovamente quello di un’azienda a conoscenza dei danni letali legali all’amianto ma decisa nel tacerli ai propri dipendenti e collaboratori, nonostante l’esistenza di pubblicazioni di studi scientifici e le numerose vittime tra lavoratori e cittadini.Rosa Galeazzi, dipendente della Cgil provinciale e del patronato Inca dal 1955 al 2005, ha raccontato di "una ventina di casi" di persone ammalate di asbestosi, patologia che corrisponde al primo gradino verso mali incurabili come il carcinoma bronchiale e il mesotolioma pleurico. Due le strade tra cui potevano scegliere gli operai ai quali veniva diagnosticata l’asbestosi: continuare a lavorare oppure licenziarsi. "In base alle leggi – ha spiegato la Galeazzi – potevano chiedere, se l’asbestosi era al di sotto dell’80%, un cambiamento di mansioni per ragioni profilattiche. Era un loro diritto. Ma preferivano dimettersi".Le lotte sindacali all’interno della fabbrica di Rubiera sono state sottolineate da Giorgio Corradini, delegato Cgil per più di vent’anni alle dipendenze della multinazionale, prima come operaio poi come impiegato. Negli anni settanta, ha raccontato, i lavoratori spinsero molto per ottenere migliorie come mascherine di protezione, armadietti doppi per gli indumenti e la possibilità di far lavare le tute di servizio in azienda e non a casa. Tutti progressi concessi solo negli anni ’80. Carenti, poi, erano le informazioni, ha spiegato Corradini, che l’azienda forniva circa i rischi per la salute: "Nessuno ci aveva spiegato che l’amianto portava il cancro. Il medico interno ci diceva che fumare e respirare la polvere non faceva bene. Ricordo di un collega con l’asbestosi: ci raccontarono che l’aveva presa quando lavorava in miniera".Dal racconto di Corradini è emerso anche che i rilievi sulle polveri a Rubiera venivano effettuati solo dopo la pulizia degli ambienti di lavoro. Di conseguenza gli operai si sentivano dire che i livelli di polveri rilevati erano nei limiti di legge, solo sulle taglierini risultavano "un po’ sopra, ma appena appena". In generale tra lavoratori ci si fidava di quanto stabiliva la proprietà e il clima che si respirava era disteso, non c’erano, ad esempio, dissidi sui contratti e sui salari. "Alla Eternit – ha aggiunto Corradini – si monetizzava tutto, straordinari, notturni indennità, senza un’ora di sciopero." Non appena però venne toccato il tasto della salute degli operai l’azienda si irrigidì e i lavori peggiori furono dati in appalto". Un modo per scaricare addosso ai più deboli i danni più pesanti.

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