Enti lirici, Bondi gioca d’azzardo


BOLOGNA, 12 MAG. 2010 – I lavoratori del teatro Comunale di Bologna sono furiBondi. Con la b maiuscola, perchè ogni riferimento al ministro dei Beni Culturali è fortemente voluto. Lo hanno scritto su uno striscione sventolato ieri sera sul palco dai membri del coro, alla fine di una serata di protesta in cui è stata coinvolta la città. L’intento – ha detto uno di loro – era quello di gratificare il pubblico, non di penalizzarlo. Anche perchè a quello ci ha già pensato il Governo, con il decreto sul riassetto degli enti lirici.Erano quasi le otto di sera quando uno squillo di tromba proveniente dal terrazzo del teatro ha chiamato a raccolta i bolognesi. Stava per iniziare lo sciopero in musica degli orchestrali e delle maestranze della fondazione lirica, inaugurato dall’esibizione di un gruppo di fiati che ha eseguito nel foyer brani, tra gli altri, di Bach e Nino Rota. Nel frattempo, sotto i portici di piazza Verdi era appeso un cartello che prendeva di mira il sovrintendente. C’era scritto "Tutino vattene" e a firmarlo erano i sindacalisti della Scala, dell’Accademia di Santa Cecilia, del Comunale di Firenze e del Carlo Felice di Genova. Segno che le ragioni della protesta sono condivise un po’ ovunque.Alle 20.30 poi, quando avrebbe dovuto cominciare la prima della Carmen, i cittadini presenti sono stati invitati ad accomodarsi in sala. E ad accogliere questo pubblico insolitamente giovane c’erano l’orchestra e il coro al completo, in un assetto altrettanto speciale. Accantonata per una volta l’eleganza della divisa di scena, l’unico elemento che accomunava chi stava sul palco era un fiocchetto giallo appuntato al petto: una sorta di marchio, che garantiva a chi lo indossava la funzione di "portatore sano di cultura". Ad esibirlo, anche il maestro Michele Mariotti, che ha aderito alla protesta dirigendo una serie di appaluditissime arie dell’opera di Bizet. Ma prima del concerto, offerto da tutto il personale del teatro, è stata data lettura di un comunicato firmato dale segreterie territoriali di Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom-Uil e Fials-Cisal, in cui venivano spiegati i motivi dello sciopero. Per farlo si è partiti da un confronto tra la politica "restrittiva" riguardante il settore della cultura e dello spettacolo e la politica "di investimento" del Governo per la diffusione dei giochi d’azzardo. I numeri sono impietosi: da una parte abbiamo i 199 milioni che verranno erogati quest’anno alle Fondazioni Liriche Sinfoniche e la previsione di tagliare ulteriormente i fondi di 40 milioni, dall’altra circa 9000 milioni di euro incassati dallo Stato nel 2009 con giochi e scommesse e la volontà di aprire nuovi casinò in Italia. Il rapporto è di 1 a 20. Se si decidesse di versare anche solo il 3% del gettito derivante da videopoker e affini per incrementare il Fondo Unico dello Spettacolo, i Teatri Lirici potrebbero tornare a respirare.E oltre alla quantità, a rimetterci sarà anche la qualità. Saranno aboliti i concorsi pubblici internazionali e le attuali graduatorie, eliminati gradualmente i contratti a tempo indeterminato per istituzionalizzare l’uso sistematico di quelli a tempo determinato. "Bondi realizza così – dicono i sindacati – la stabilizzazione del precariato" e nascerà la figura-ossimoro del "precario stabile". I Conservatori e Licei Musicali si trasformeranno di conseguenza "in scuole specializzate in Disoccupazione Colta". E tutto questo in Italia, patria della lirica e di altre grandi tradizioni culturali "che tutto il mondo ci invidia"."Stupisce che in un paese così conservatore nessuno si preoccupi di difendere queste tradizioni", ha denunicato provocatoriamente dal palco Francesco Greco, parlando a nome del Conservatorio di Bologna. "Noi passiamo i 10 anni più belli della nostra vita a studiare, ma il nostro diploma non viene neanche riconosciuto – ha ricordato – bisogna quindi fare fronte comune tutti insieme: studenti, musicisti e pubblico. Altrimenti dovremmo continuare a trasferisci nel nord Europa, dove la musica è considerato un lavoro, non un hobby". La protesta, quindi, non finirà qui. C’è da scommetterci.

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