Eluana e la terra dell’accoglienza


La clinica di Udine che doveva accoglierla alla fine ha detto di no. "Siamo costretti a ritirare la disponibilità ad ospitare la signora Eluana Englaro e l’equipe di volontari esterni per l’attuazione del decreto emesso dalla Corte d’Appello di Milano il 9 luglio 2008 e ratificato dalla Corte di Cassazione a sezioni riunite lo scorso novembre – ha reso noto la clinica Città di Udine – per il "groviglio" di norme amministrative e la possibile sovrapposizione di competenze esistenti tra Stato e Regioni". In pratica, aggiunge il comunicato, se la clinica desse accoglienza a Eluana rischierebbe di chiudere per il ricatto del ministro Sacconi di ritirare la convenione con il servizio pubblico. Un provvedimento ministeriale "che – per quanto di validità temporanea – metterebbe a repentaglio l’operatività della struttura, e quindi il posto di lavoro di più di 300 persone, oltre che di quelli delle società controllate, ed i servizi complessivamente erogati alla comunità". "La Casa di Cura ha dunque dovuto rinunciare a portare avanti un’azione concepita con l’unico scopo di dare al signor Beppino Englaro il supporto logistico per esaudire la volontà della figlia", conclude il comunicato, ricordando di aver avuto attestati di stima da praticamen te tutta Italia. Come si vede la vicenda è gravissima. Gravissimo che un ministro impedisca con le minacce l’attuazione di una sentenza della Corte di Cassazione, gravissimo che il diritto in Italia si pieghi alle ragioni della Chiesa cattolica e alle ingerenze del Vaticano. DA ERRANI UN PASSO VERSO LA RAGIONEVOLEZZA Contro queste ingerenze si era espresso (in modo equilibrato ma coraggioso) il presidente della Regione Emilia-Romagna, Vasco Errani: "La scelta del luogo di cura e assistenza appartiene alla libera scelta del cittadino, è tutelato dalla legge e non può essere frutto di atti delle autorità di governo regionali o nazionali". Il governatore si riferiva esplicitamente al caso della ragazza in coma vegetativo da 17 anni, dopo che nel suo ufficio ed in quello dell’ assessore regionale alla sanità Giovanni Bissoni era stata recapitata una petizione firmata da 250 persone tra cui la vice sindaco di Bologna, la cattolica Adriana Scaramuzzino, e il politologo Gianfranco Pasquino. Nell’appello si chiedeva a Errani di offrire la disponibilità delle strutture sanitarie "per accompagnare la famiglia Englaro nell’adempimento delle volontà espresse dalla propria figlia", sospendendo quindi l’alimentazione forzata. "Fermo restando che questa dolorosa vicenda dimostra quanto sia urgente una legge nazionale sul testamento biologico – era stata la risposta del governatore – voglio sottolineare che, nel rispetto della separazione dei poteri e a fronte di una sentenza esecutiva dell’Autorità giudiziaria, la scelta del luogo di cura e assistenza – precisa la nota – appartiene alla libera scelta del cittadino, è tutelato dalla legge e non può essere frutto di atti delle autorità di governo regionali o nazionali". "In questo senso – proseguiva la nota di Errani – ho già risposto al ministro Sacconi sulla lettera ministeriale inviata alle Regioni il mese scorso (che dichiarava illegale la sospensione della nutrizione in tutte le strutture sanitarie, ndr) circa l’ ininfluenza giuridica di un tale atto di fronte alla definitiva pronuncia della Corte di Cassazione. Qui sta il merito della vicenda. Alla luce di tutto ciò, rappresenterebbe di fatto una ingerenza un intervento del Governo o della Regione che mettesse in discussione un principio tutelato dalla legge vigente. Ciascuno deve rispettare il travaglio della famiglia Englaro e le sue scelte per questo le polemiche e le strumentalizzazioni devono cessare". PRO LIFE Contro Errani si è schierato il centrodestra ma, fatto più grave, anche parte del centro-sinistra. "Non condivido – aveva detto Beatrice Draghetti, presidente della Provincia di Bologna – che non si continui ad alimentare una persona. E non condivido che sia la legge a decidere quando una persona deve morire". Angelo Rambaldi e Paolo Giuliani, “teodem” dell’Officina delle Idee, hanno anche lanciato un appello al candidato sindaco di Bologna Flavio Delbono: "Un’iniziativa (quella di Errani) che significa l’isolamento del Pd dal centro cattolico e dalle sensibilità del liberalismo moderato e non anticlericale, nella speranza, suicida, di vincere con il vecchio modello dell’unione: una strada che porta alla sconfitta". Tiepido anche l’assessore alla sanità del Comune di Bologna Giuseppe Paruolo: "Preferirei – ha detto – che la questione fosse affrontata dal Parlamento, senza fughe in avanti, fughe all’indietro o scorciatoie a livello locale". Con Errani invece il segretario del Pd Salvatore Caronna: "Di fronte a questioni così dolorose come la vicenda che colpisce la famiglia Englaro, occorre avere innanzitutto un atteggiamento di serietà e di rispetto. Atteggiamento che ha avuto il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani. E’ indispensabile che si eviti un dibattito strumentale, ideologico e inconcludente". Durissime le Acli: "Se l’appello fosse presentato in maniera ufficiale – ha detto Francesco Murru, presidente Acli di Bologna – siamo pronti a dare il via ad una campagna di raccolta firme pro life e di mobilitazione delle persone di buon senso, non solo cattoliche, di ordine esattamente inverso". IL NO DEGLI HOSPICE EMILIANO-ROMAGNOLI Oggi è arrivato un duro comunicato da dodici di rettori di Hospice della nostra regione (gli hospice dono le strutture infermieristiche che assistono i malati terminali, dove vengono praticate le cure palliative e dove – di norma – sarebbe escluso l’accanimento terapeutico): "Sarebbe ben triste il passaggio identificativo dell’Emilia-Romagna da ‘terra della solidarietà’ a ‘terra della morte’". In una lettera aperta pubblicata sul quotidiano della Conferenza episcopale italiana Avvenire, rigettano in sostanza l’ipotesi che Eluana possa essere accolta in una delle strutture specializzate della regione. "Noi, direttori e coordinatori di hospice e di ospedalizzazione domiciliare per pazienti oncologici in fase avanzata di malattia, e responsabili di strutture per pazienti in stato vegetativo dell’Emilia-Romagna – si legge nella lettera aperta – avendo letto la petizione di 256 cittadini al Presidente e all’Assessore alla Sanità della Regione Emilia-Romagna, con la sollecitazione a proporre la nostra Regione come luogo di morte procurata per Eluana Englaro, affermiamo che l’Hospice è luogo di cura, fino al termine naturale della vita, per i pazienti in fase avanzata e terminale di malattia". I responsabili delle strutture sottolineano inoltre che Eluana "non è una paziente in fase terminale, ma una grave disabile che necessita di idratazione, nutrizione e assistenza di base alla persona, come tanti altri anziani, dementi, disabili, portatori di handicap". Gli Hospice, concludono i direttori, "devono rimanere quello che sono e sono sempre stati, cioè strutture per la vita del paziente, non per la loro morte". Una posizione comprensibile ma un po’ pilatesca perché in Italia – nella gravissima assenza di una legge sul testamento biologico – gli hospice svolgono un ruolo importantissimo nell’accompagnamento alla morte di malati e famiglie. Che siano spinti (o costretti in qualche modo) a prendere una posizione politica è un fatto nuovo e ancora un segnale della gravità della situazione nel nostro paese.

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