Elezioni: 2009: quell’oscuro scrutare


Dopo l’abolizione – non troppo rimpianta, per la verità – della leva obbligatoria, in questa fragile Italia di inizio millennio è rimasta un’unica concreta testimonianza di quell’idea di democrazia partecipativa che i padri della Repubblica, uscendo dai guasti del ventennio, avevano sperato e immaginato. E questa testimonianza – ché in altro modo, oltre testimonianza per l’appunto, non saprei definire – è la manodopera a basso costo svolta dal folto gruppo di scrutatori, segretari e presidenti di seggio, chiamati, quasi ogni anno, a difendere quel barlume di democrazia popolare rimasta nel belpaese. È un piccolo esercito di uomini e donne, di varia estrazione e censo, che saltuariamente si trovano gomito a gomito, senza distinzione di reddito o di potere, a cercare di far procedere nel meglio dei modi possibile quella gran baracca che sono le elezioni (tanto più se le elezioni sono molteplici e contemporanee, con voti disgiunti, antipatie paesane, baruffe politiche eccitate dalla vicinanza anche fisica dei presunti “avversari”). Li puoi trovare, questi uomini e queste donne, per esempio, alla domenica o al lunedì mattina, prestissimo, quasi all’alba, quando la maggior parte della città ancora dorme, rifugiati in orari improbabili in bar e caffetterie, che magari è gente che normalmente al bar o in caffetteria non ci mette piede da trent’anni perché fare colazione a casa è più economico e anche quello serve ad arrivare a fine mese, a prepararsi alla giornata ai seggi, a scambiarsi qualche opinione, a darsi di gomito, a intendersi al volo, come gli appartenenti a una speciale setta, quella del “siamo noi che facciamo funzionare questa cosa, ci siamo capiti”.Sono donne e sono uomini che, mentre il presidente del consiglio, per esempio, flirta con le ragazzette e le opposizioni si insultano ricordandosi a vicenda “che io sono più opposizione di te” (ma solo a parole), sono donne e sono uomini, dicevamo, che con tenacia difendono invece il valore del diritto, quello che hanno appreso dalle fatiche e dall’etica dei loro nonni, e studiano con feroce disciplina tomi interi di regolamenti assurdi, per non sgarrare, per fare le cose per bene, per mettere effettivamente la busta A3 dentro quella A2 e poi dentro quella A1, perché così dice la legge e quello che dice la legge di solito si è tenuti a rispettarlo (anni luce lontani anche solo dall’immaginare una “giustizia” di parte).Sono uomini e sono donne che, mentre il mondo procede al ritmo dei keynotes Apple, con le loro mirabilie fantascientifiche, in fondo fanno anche tenerezza, nel loro essere costretti a muoversi tra carte bollate, timbri di ferro pesanti un chilo l’uno, gocce di inchiostro da versare nei calamai, come negli anni Cinquanta, numeri e sigle da annotare coscienziosamente con le biro fornite dal Ministero che non funzionano, sigilli da apporre e, soprattutto, schede da firmare, firmare, firmare.Però, nonostante tutto, alla fine, quando li vedi uscire dalla giornata al seggio, per riposarsi qualche ora prima di riprendere le operazioni di scrutinio, e li senti salutare, con gentilezza e mite rassegnazione, i militari che presidieranno la sezione elettorale durante la notte, con le brandine portate da chissà dove, mentre Carabinieri e Finanzieri accendono piccoli tvcolor da campo, con lo schermo verdino e tremolante e antenne anteguerra, lontani mille miglia dalle tecnologie avveniristiche dei palmari e dei decoder satellitari, “buonasera”, “buonanotte”, “ci vediamo domani”, ecco, proprio in quel momento lì, ci si rende conto di un paese che c’è ancora e che, forse, sicuramente, fosse anche solo per questi uomini e queste donne, meriterebbe qualcosa di meglio. Nonostante tutto.Buonanotte, Italia degli scrutatori. E speriamo che domani mattina sia un giorno migliore.

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