E’ l’ora del coop capitalism


Noreena Hertz è nata a Londra nel 1967. A 19 anni era già laureata in filosofia e in economia. Oggi dirige il Centre for International Business and Management dell’Università di Cambridge e ha le idee estremamente chiare su come uscire dalla crisi economica mondiale. Il segreto, a suo dire, è racchiuso nel concetto di capitalismo cooperativo, o – come lo chiama lei – di co-op capitalism. Ospite d’onore all’assemblea di bilancio del decennale di Boorea, chiamata ad intervenire nel workshop dal titolo “Solidarietà e competizione in un era di cambiamento delle regole. Il modello cooperativo nella crisi globale”, la Hertz ha spiegato che ci troviamo nel bel mezzo di un “crocevia critico”. Alle nostre spalle c’è il Gucci capitalism di reaganiana e thatcheriana memoria, caratterizzato da una “credenza religiosa nel mercato” e da un “chiasmo tra giustizia sociale e economia”. Un’epoca, insomma, in cui “l’avidità era l’ethos dei tempi” ed era “meno degradante contrarre un debito piuttosto che non avere l’ultimo modello di scarpe Nike o la borsetta con la firma di Gucci”.Nell’autunno scorso questo castello è crollato e ognuno di noi ne ha risentito, dato che “nel mondo interconnesso governato dalla globalizzazione, si sta in piedi o si cade tutti insieme”. La gente ora è arrabbiata con le aziende che licenziano i dipendenti mentre coprono d’oro i dirigenti, e nello stesso tempo ha paura, perché il sistema di regole è ormai completamente sconvolto e sembra che i governi non abbiano le strutture giuste per far fronte alle nuove sfide. Ma contemporaneamente, in questo momento di cambiamento strutturale, è nato un senso di appartenenza e solidarietà mai visto negli ultimi decenni. Un terreno fertile per il co-op capitalism, un nuovo capitalismo che si fonda sulla giustizia e la responsabilità sociale, l’equilibrio dei poteri e l’equa distribuzione tra uomini e donne, tra paesi grandi e paesi piccoli.Noreena Hertz è venuta a Reggio Emilia proprio perché “tutti mobilitino la rete dei loro contatti per coinvolgerli in questo ideale”. Noi di viaEmilianet facciamo la nostra parte e cerchiamo di capirne di più.Signora Hertz, lei considera il co-op capitalism una risposta al sentimento condiviso di debolezza e di interdipendenza dovuto alla globalizzazione e acuito dalla crisi: una possibile soluzione basata sulla cooperazione, la collaborazione e l’interesse comune. Si tratta dunque di un modello economico che, pur continuando a considerare il capitalismo l’unica via per lo sviluppo, ritiene che lo si possa realizzare solo attraverso la collaborazione di tutti? O è piuttosto una vera e propria rivoluzione, senza legami con il passato? Tutti i tentativi di proporre dei sistemi economici completamente nuovi sono falliti. Decidere di rifiutare tutto ciò che proviene dal vecchio modello di capitalismo è probabilmente come "gettare il bambino con l’acqua sporca". Io credo infatti che all’interno di quel modello ci sia qualcosa di positivo. Il Gucci capitalism esaltava l’innovazione, il concetto di mercato su cui si appoggiava rappresenta ancora oggi uno stimolo per lo sviluppo delle imprese e per la nascita di idee sempre nuove: questo è l’aspetto del capitalismo che non voglio respingere.Ma d’altro canto, ciò che il vecchio sistema aveva di terribile era la gestione del profitto, limitata ad una cerchia molto ristretta di persone. La ricchezza di una nazione, poi, veniva misurata nel suo complesso, senza tenere conto delle diverse persone che ne facevano parte o del modo in cui veniva distribuita tra uomini e donne. Era l’obiettivo ad essere sbagliato e ciò rendeva questo modello iniquo e ingiusto.Adesso il cambiamento è alle porte e importanti elementi di novità hanno bisogno di emergere, ma al contempo è necessario tenere conto del contesto, della nostra storia e della nostra cultura. Io leggo la crisi come una straordinaria opportunità di compiere un enorme balzo in avanti di tipo evolutivo, paragonabile a quello che ha trasformato la scimmia in uomo. Un progresso nell’evoluzione, insomma, ma non necessariamente una rivoluzione.L’incontro di oggi si è sviluppato attorno a due concetti-chiave: la solidarietà e la competizione. Lei pensa che siano l’uno il contrario dell’altro o che la solidarietà possa essere considerata il valore-base con cui creare un nuovo tipo di competitività, incentrato su regole e istituzioni comuni?L’errore che, secondo me, è stato fatto dal vecchio sistema capitalistico è proprio quello di pensare che questi due concetti rappresentassero due estremi opposti e non fossero compatibili. La solidarietà era considerata un valore esclusivo delle persone di sinistra o degli hippies, mentre la competizione riguardava soltanto chi aveva come unico obiettivo quello di fare soldi.In realtà, se noi mischiamo questi due mondi, otteniamo qualcosa di incredibile. E’ accaduto in Emilia-Romagna, che oggi ha un PIL superiore del 30% rispetto a quello delle altre regioni italiane e rientra nella top ten delle regioni più ricche d’Europa. Ed è accaduto nella Silicon Valley, in California, dove è stata scritta una delle storie di maggior successo degli ultimi anni in materia di competitività industriale. Un’esperienza interamente basata sul modello di collaborazione, in cui le piccole imprese si sono divise le risorse e il sistema bancario si è attrezzato per aiutarle. La vera cultura della collaborazione, che ha permesso a queste imprese di emergere e di diventare le più grandi del mondo.Questo successo è un risultato del fatto che solidarietà e competizione possono essere perfettamente complementari, e la gente non deve averne paura. Molte persone, infatti, si spaventano quando pensano che la solidarietà li obbliga a rinunciare a qualcosa: in realtà non capiscono che solidarietà e capitalismo insieme possono far nascere sul mercato una torta più grande, e che quindi anche la loro fetta è destinata ad aumentare.Chi sono i principali attori coinvolti nel processo di creazione di questo nuovo modello? I governi o anche i poteri economici e i semplici cittadini?Uno degli principali fattori di cambiamento che hanno caratterizzato gli ultimi dieci anni riguarda il potere tradizionale e chi ne tiene le redini. Tra le prime cento realtà economiche mondiali, un terzo sono imprese multinazionali: questo significa chiaramente che ormai anche attori diversi dai governi o dagli stati hanno voce in capitolo, prima fra tutti la Coca Cola. A seconda della zona, imprese e nazioni si spartiscono il potere, ma entrambe devono fare i conti con i singoli individui, che organizzandosi e agendo insieme ad altre persone stanno acquisendo sempre più potere. Un esempio divertente ma significativo arriva dall’Inghilterra, dove un industria di cioccolato ha cambiato il brand di uno dei suoi prodotti, ma è dovuta tornare sui suoi passi dopo che su Facebook è nata una campagna che chiedeva di fermare la nuova produzione. Ma il potere degli individui è riscontrabile anche nel mondo dell’informazione. Quando si sono verificate le recenti proteste in Iran, la cronaca dettagliata di ciò che stava succedendo arrivava da Internet, e in particolare da Twitter, mentre i media tradizionali come la Bbc o la Cnn passavano ore intere senza parlarne. Se le persone agiscono insieme, insomma, hanno molte più possibilità di cambiare le cose. Voi in Italia non lo avete ancora, ma in Inghilterra c’è un progetto che si chiama Red, che è stato promosso dal leader degli U2 Bono Vox coinvolgendo imprese come Gap, Motorola o Giorgio Armani. Grazie alla loro disponibilità, sono nati dei prodotti speciali, i prodotti Red, che quando vengono acquistati destinano una percentuale del reddito alla lotta contro l’Aids. Il progetto sta andando avanti da due anni e nel primo anno sono stati 140 milioni di dollari. Ciò dimostra che tutti noi, in quanto consumatori, abbiamo il potere di scegliere dei prodotti che hanno un valore aggiunto, compresi quelli che provengono dalla rete di commercio equo e solidale.L’Italia ha una lunga esperienza nel cooperativismo ma, considerando l’attuale situazione politica, lei pensa che il Paese sia pronto per adottare questo modello?Penso che ciò che abbiamo imparato dai recenti esempi di cooperazione, come Silicon Valley, è che il modello cooperativo non ha bisogno di un secolo di storia alle spalle per avere successo. Quello che serve – e fa la differenza – è l’iniziativa e l’intraprendenza delle persone, la capacità di sensibilizzare i governi locali perchè impieghino sempre più risorse per far decollare le imprese e i loro progetti. E, certamente, anche un governo nazionale che comprenda i benefici di questo modello. I cambiamenti possono avvenire dell’alto in basso o dal basso verso l’alto. In Italia serve un movimento che abbia un centro forte e una comunicazione efficace con le divisioni territoriali. Non so quando e come questo movimento potrà raggiungere il resto del paese, cioè tutti coloro che non fanno parte del mondo cooperativo. Ma penso che, come in ogni cosa, se la gente capirà che esiste un’opportunità per stare meglio, vorrà sfruttarla. E io credo che questo modello offra a tutti la possibilità di essere migliori, quindi per prima cosa è necessario assicurarsi che tutti lo conoscano.

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