E adesso chi paga il conto?


in collaborazione con Consumatori di Aldo BassoniE ora? Anche ammesso che, dopo il massiccio intervento degli Stati e delle banche centrali il crollo delle borse e lo tsunami finanziario abbiano passato la fase più critica, cosa succederà visto che gli effetti di questa crisi mondiale si trasferiranno con tutto il loro carico sull’economia reale e quindi sulle famiglie? Alcune fabbriche stanno già licenziando. Altre riducono la produzione e spediscono in cassa integrazione migliaia di lavoratori. L’inflazione, i bassi salari e la precarietà voluti da chi ci prometteva che il liberismo economico senza freni fosse il nostro radioso futuro, sono l’incubo di milioni di famiglie che non ce la fanno più a sostenere le rate del mutuo e il costo della vita. Come è potuto accadere tutto questo? «Nel ‘29 successe esattamente la stessa cosa – dice il premio Nobel per l’economia, l’anziano Paul Samuelson, in una delle interviste che, nonostante i suoi 93 anni, non si stanca di concedere a chiunque faccia squillare il suo telefono nell’Ufficio del Mit che occupa dagli anni quaranta –. Il percorso che ci ha portato a questo punto è identico – dice il vecchio economista – una ricetta diabolica fatta di avidità, indebitamento, speculazione, di cui l’America ancora una volta porta la responsabilità». L’America, appunto, il paese-guida del capitalismo, il faro dell’economia di mercato che, a partire dai primi anni Ottanta, ha dato il via alle politiche neoliberiste che hanno trasformato l’economia globalizzata in un grande Titanic con tanto di prima seconda e terza classe, quest’ultima la più numerosa, la più esclusa, la più povera, la più esposta ai freddi gorghi della tempesta.LA MACCHINA PERFETTAAi piani alti della finanza sembravano aver inventato la macchina perfetta per realizzare il sogno millenario dell’Homo sapiens: i soldi che generano soldi, ovvero la fabbrica della felicità formato banconota. Nel 2006 i profitti delle principali aziende quotate a Wall Street derivavano per oltre il 33 per cento da attività finanziarie. Lo stesso è accaduto in Italia. Senza contare l’intreccio perverso e pervasivo tra banche e industrie e tra tutti i principali attori di questo balletto globale. Ma qualcosa non ha funzionato. E così, l’estate scorsa, quando i bagliori del temporale che si stava per abbattere sulle borse cominciavano a illuminare le notti afose delle city, nella testa dei manager del disastro si fece largo un pensiero fisso: come scendere dalla montagna di carta straccia accumulata in almeno dieci anni di finanza supercreativa senza farsi troppo male. Questi supermanager hanno legato l’economia alle sorti di prodotti finanziari che, da strumenti nati per far funzionare meglio il mercato, si sono trasformati in alimenti avariati da dare in pasto al sistema economico che si è poi preso una grave intossicazione. Tutti ne hanno fatto uso per arricchirsi, piazzandoli anche in Italia ad inconsapevoli investitori, piccoli e grandi industriali, perfino comuni, province e regioni. Incentivati da generose stock option (premi in azioni) questi padroni della finanza globale hanno cartolarizzato debiti d’ogni genere pur di conseguire utili. E, partendo dagli Stati Uniti, sono riusciti a trascinare nella loro catena di sant’Antonio sciami di consumatori incoraggiati a indebitarsi fino al collo per comprare case sempre più belle e costose, mastodontici suv e merci d’ogni genere all’euforico grido di "comprate subito i vostri desideri". Come se nessuno, alla fine, dovesse mai pagarli davvero quei sogni prodotti dal consumismo esasperato che, nello spazio di pochi giorni, sono diventati l’incubo del mondo. Quando le loro fabbriche di salsicce avariate guadagnavano si sono riempiti le tasche. Appena hanno cominciato a perdere se ne sono andati con le tasche piene di liquidazioni milionarie lasciando sul lastrico i dipendenti delle loro corporation e gli ingenui risparmiatori che si sono fidati dei loro illusionismi. SOLDI A PALATEOra, per salvare questa gente e le loro banche d’affari, le autorità monetarie e i governi hanno "iniettato" quantità spropositate di denaro. Soldi a palate che non si trovano mai quando c’è da finanziare la scuola, la sanità e le pensioni, ma che saltano fuori come niente quando c’è di mezzo la sorte dei potenti e il destino del "sistema". Qualcuno ci dovrà pur spiegare perché in tutti questi anni le banche centrali hanno costretto gli stati nazionali a tagliare i servizi e i salari, ma mettono subito mano al portafoglio quando le banche piangono. «Mettiamola così – dice Emiliano Brancaccio, docente di macroeconomia all’Università del Sannio – le lobbies finanziarie contano molto di più delle lobbies politiche e sindacali». In realtà questo andazzo stava bene a tutti. Stava bene agli americani che così potevano consumare ben al di sopra delle loro possibilità, stava bene al resto del mondo, Italia compresa, che così poteva esportare merci nel più grande mercato mondiale. Stava bene a chi comprava e a chi vendeva. Stava bene alle banche, stava bene a Bush che così poteva destinare risorse alle armi da mandare sui teatri di guerra iracheni e afgani: 700 miliardi di dollari in cinque anni, l’equivalente più o meno del fondo stanziato da Paulson per acquistare dalle banche i titoli spazzatura. L’economia rateale, il debito infinito figlio della guerra infinita, si è attorcigliato su se stesso come un serpente. E alla fine si è mangiato la coda. Dice Zigmunt Bauman, il teorico della società liquida: «L’odierna crisi finanziaria non è il risultato del fallimento delle banche, al contrario è il frutto del tutto prevedibile del loro successo che consiste nell’aver trasformato milioni di persone in debitori cronici». Ne consegue che le vere vittime della finanza siamo noi, poveri pagatori in contanti, puntuali estinguitori di rate e mutui, consumatori che comprano solo quello che si possono permettere.SFRUTTATI TRE VOLTEMa anche il cliente insolvente alla fine viene al pettine. E così la crisi dei cosiddetti mutui subprime ("appena" 200 miliardi di dollari concessi ad acquirenti americani poco abbienti) ha scoperchiato il vaso di Pandora della finanza drogata con il suo carattere speculativo e parassitario di cui alla fine pagano il conto i comuni cittadini nella loro triplice veste di lavoratori, consumatori e risparmiatori. E ora? Torna la domanda cruciale a cui per ora nessuno sa dare una risposta che non vada al di là dei proclami e delle astratte professioni di fede nelle capacità autorigeneratrici del mercato. Sarà. Intanto i risparmiatori (quelli che avevano in mano titoli e fondi "sicuri", non i correntisti) hanno già perso tanti soldi. «Nessun problema per i Conti correnti che il governo garantisce fino a 50.000 euro, che si aggiungono alla garanzia del fondo interbancario che arriva a 103.000 euro – dice Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori –. Chi dice che i risparmiatori non perderanno nemmeno un centesimo dice il falso perché la garanzia dello Stato è solo sui conti correnti. Il risparmiatore non investe i propri soldi sui conti correnti, ma compra titoli pubblici e titoli privati. Ma mentre i primi sono abbastanza sicuri i secondi non lo sono affatto, e quindi è bene che ognuno si preoccupi di conoscere esattamente la propria situazione finanziaria». E domani? La crisi finanziaria prima o poi finirà e lascerà sul campo morti e feriti. Ma in attesa che la finanza riprenda fiato e il sistema si rigeneri da sé o – come sta avvenendo – con l’aiuto dello Stato, che ne sarà di chi lavora e deve pagare il mutuo, di chi perde il lavoro, di chi non lo trova e dei tanti giovani precari o disoccupati? Insomma, la cura dei governi funzionerà? «Non è detto che la cura funzioni – risponde ancora Emiliano Brancaccio –. Può darsi invece che la crisi finanziaria si estenda all’economia reale e allora i governi farebbero bene a decidere di avviare massicci programmi di investimenti pubblici a sostegno della produzione e dell’occupazione». Più o meno quello che avvenne negli Stati uniti negli anni Trenta e che è passato alla storia come il new deal. «Già, ma allora c’era un economista che si chiamava Keynes e soprattutto un presidente degli Stati Uniti di nome Roosevelt».  © 2008 Consumatori – il mensile dei soci Coop

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