Due vite sul palcoscenico


BOLOGNA, 11 MAR. 2011 – "Pino era una casa bella e solida, che è improvvisamente crollata. Sono rimaste in piedi le fondamenta, e piano piano l’ho ricostruita. Prima ho fatto delle infiltrazioni di cemento nelle fondamenta, poi ho ricostruito i muri con i calcinacci. La nuova casa non può essere come quella di prima, è diversa. Ma alcune cose sono rimaste identiche”. Una di queste è senza dubbio il legame, fatto d’amore e complicità, tra Giuseppe (Pino) Mainieri e Ginetta Maria Fino, che sfogliando quaderni pieni zeppi di ricordi ripercorre i quasi 40 anni della loro storia. Una storia che ha un prima e un dopo. E una data, il 6 febbraio 1996, che ha cambiato tutto. Pino quel giorno è entrato in coma dopo un terribile incidente, Ginetta non ha mai smesso di stargli accanto. E insieme, passo dopo passo, sono tornati a vivere una nuova vita.Tutto è cominciato a metà degli anni settanta, tra sacchetti di ciliegie e chitarre. Bastava poco in quel periodo, a Bologna, per passare intere serate sugli scalini di San Petronio con i compagni del movimento extraparlamentare di sinistra. Erano gli anni dell’impegno politico, del confronto. L’indignazione era quotidiana e dagli ideali comuni nascevano amori. Quello di Pino e Ginetta ha dovuto affrontare poco dopo la sua nascita le sofferenze del distacco, imposto dal servizio militare. Lui in caserma non rinunciava a battersi contro le sopraffazioni e le scriveva lettere colme di sentimento e di rabbia: “Vivere non significa sognare e sperare, vivere significa capire e lottare”. E la lotta ha raggiunto il suo apice nel 1977. Ginetta c’era, era in via Mascarella l’11 marzo. Alla notizia dell’uccisione di Francesco Lorusso corse nel punto in cui la polizia lo aveva appena ammazzato. Annichilita, le scivolò a terra la sciarpa di lana rossa e là rimase per parecchie settimane.Nel 1982, quattro anni dopo il matrimonio, è arrivato Tiziano. E la coppia Fino-Mainieri ha riversato la sua passione e la sua creatività nel teatro. Assieme a Meri Rampazzo, Ginetta e Pino hanno fondato la compagnia Femmere Teatro e hanno girato le piazze italiane con i loro spettacoli di strada. Lui, indossando un’enorme maschera da pesce che slanciava ancora di più la sua imponente figura, impersonava il Disinquinatore, capace di purificare a suon di comicità chiunque si imbattesse nei suoi happening improvvisati. A lei invece – o per meglio dire al suo personaggio Malè – bastava conoscere il nome di una persona e guardarla in faccia per improvvisare, scrivere a macchina e donare poesie a soggetto. Il loro era un teatro di denuncia, che si è battuto per la depenalizzazione delle droghe leggere e nel 1992 ha riletto la scoperta dell’America attraverso un Cristoforo Colombo cocainomane e imperialista. Un’attività appassionata e militante che si è improvvisamente interrotta sulla via Emilia. Il 6 febbraio 1996 Pino era in Vespa, da Castel San Pietro stava andando verso Osteria Grande per comprare il biglietto dell’autobus che doveva portarlo a Bologna, ma un’auto ha bruciato uno stop e l’ha fatto volare sull’asfalto. Poche ore dopo le parole dei medici non lasciavano scampo: “Cervello spappolato, decesso imminente”. Ginetta però non ha mai accettato quella sentenza e dal suo rifiuto è cominciata un’altra storia. “Quel giorno è morto il Pino che conoscevo e di cui mi ero innamorata vent’anni prima – racconta – ma al risveglio dal coma ho capito che era nato un nuovo Pino”. Che aveva completamente perso la memoria, ma che grazie all’abnegazione di sua moglie e a una lunga riabilitazione fisica e comportamentale è riuscito a rimettersi in piedi. E che oggi, al ritorno dalla passeggiata quotidiana nei dintorni di casa, non si dimentica mai di portare un fiore a quella donna che continua ad amare.Ginetta ha preso per mano Pino e l’ha fatto ricominciare a vivere, ma non si è fermata qui. Ha deciso di riportarlo accanto a sé sul palcoscenico, nonostante la sua difficoltà ad articolare le parole, dopo un silenzio lungo 11 anni. Tanto è durata, dentro di lei, la volontà di tenere separati e ben distinti il passato e il presente.  Fino a quando le lettere che il vecchio Pino le aveva spedito da Messina durante il militare, raccolte nel 2006 in un volume, sono arrivate in finale al Premio Pieve Santo Stefano. Da lì è nata l’idea di utilizzare il teatro, un’esperienza che lei ormai considerava definitivamente chiusa, per far incontrare al Pino di ora l’uomo che lo aveva preceduto. Così, con l’aiuto di Corrado Nuzzo e Maria di Biase, che hanno curato gratuitamente  la regia, e di Eva Bruno per la parte tecnica, dal 2007 i coniugi Mainieri portano in giro lo spettacolo “Non mi ricordo”: il racconto della loro storia. Uno strumento attraverso cui hanno potuto rispolverare, in un sol colpo, la socialità, la professionalità e l’impegno civile perduti dopo l’incidente.Oggi, 11 marzo, i ragazzi del ’77 si ritrovano al Vag61 e alla Scuderia di piazza Verdi per ricordare insieme gli anni del movimento bolognese. Un incontro che è stato possibile grazie alla potenza di Facebook, capace di far incontrare vecchi amici a distanza di più di trent’anni. Ginetta e Pino parteciperanno alla rimpatriata con la speranza che “le professionalità e l’impegno maturati in questi anni diventino elementi di un progetto comune che serva a cambiare ancora lo stato delle cose”. Secondo lei, infatti, la compenetrazione delle attività e dei progetti dei singoli ex studenti potrebbe dare senso ai sogni di allora. “L’essere umano non è un oggetto usa e getta – spiega – ma un portatore di sogni importanti che nessuna scienza può definire totalmente”. E Ginetta lo sa benissimo: più che alle sentenze delle macchine, lei crede nella vita.

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