Divieto di stampa


11 GIU. 2009 – Nessun colpevole per gli stupri che nello scorso inverno hanno scolvolto Roma. Silenzio sui retroscena che hanno caratterizzato le scalate bancarie ad Antonveneta e Bnl nella primavera del 2005. Sono due scenari che verosimilmente si sarebbero aperti se in Italia non ci fossero state le intercettazioni. Oggi pomeriggio la Camera ha approvato il disegno di legge che limita in maniera molto forte l’uso questo strumento d’indagine da sempre indigesto al premier Berlusconi, ma già ieri, dopo la conferma della fiducia al Governo sul provvedimento, l’Associazione Nazionale Magistrati aveva rispolverato questi due casi per offrire un’anteprima di quella che ha definito la "morte della giustizia penale" nel nostro Paese."Se non la morte – ha detto il procuratore capo di Modena Vito Zincani – il sistema giudiziario avrà di certo una vita molto difficile". Infatti, dopo il passaggio del ddl al Senato, le intercettazioni saranno possibili non più in presenza di semplici indizi di reato, ma esclusivamente in caso di "evidenti indizi di consapevolezza". Solo che l’esistenza stessa di elementi gravi, che da soli giustificherebbero l’arresto di un sospettato, renderebbero pressochè inutile la necessità di ricorrere a registrazioni telefoniche o video. La possibilità di intercettare verrà inoltre limitata a 15 giorni, prorogabili per 3 volte fino ad un massimo di 60. Con buona pace di polizia e pm che, se avranno in mano delle conversazioni importanti allo scadere dei due mesi, dovranno comunque fermarsi e continuare le indagini arrangiandosi. E i magistrati saranno costretti a rispettare anche il divieto di dichiarazioni pubbliche: chi le farà dovrà abbandonare l’inchiesta che conduce. Se poi non si esercita il controllo necessario per impedire la diffusione delle intercettazioni, bisognerà pagare un’ammenda fino a 1032 euro.Da questi vincoli saranno esentate le indagini di mafia, anche se in molti concordano che molto spesso si arriva a scoprire l’esistenza di cellule della criminalità organizzata indagando sui reati "tradizionali" che compiono i loro membri.Pure i giornalisti risentiranno pesantemente dell’entrata in vigore delle nuove norme. Il disegno di legge prevede infatti il divieto di pubblicare intercettazioni, sia integrali che per riassunto, fino al processo in aula. Chi contravverà rischia un arresto fino a 30 giorni, commutabile con una multa di 5000 euro (ora, tanto per essere chiari, è di 250 euro). Il carcere da 6 mesi a un anno è invece previsto per chi pubblica intercettazioni di cui è stata ordinata la distruzione. Un bavaglio alla stampa talmente stretto che ha indotto editori e giornalisti a unire le forze e a firmare un inedito appello congiutno indirizzato a tutte le forze poltiche. La Federazione Italiana Editori Giornali e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana parlano di "limitazioni ingiustificate al diritto di cronaca" e di "sanzioni sproporzionate a carico di giornalisti ed editori", che "violerebbero il fondamentale diritto della libertà d’informazione". La richiesta che fanno quindi pervenire al Parlamento è di introdurre "nel ddl Alfano, su questi limitati ma decisivi aspetti, le correzioni necessarie alla tutela di valori essenziali per la democrazia".Infatti, come d’altronde è già accaduto numerose volte negli ultimi quindici anni, questa legge ha tutti gli elementi per essere annoverata di diritto nel gruppo delle norme che servono soltanto a facilitare la vita di Silvio Berlusconi. Il presidente del Consiglio aveva lanciato poco più di un anno fa la sua personale crociata contro le intercettazioni pronunciando la frase "se escono fuori registrazioni, lascio questo Paese" (e facendo sì che decine di milioni di italiani si gettassero alla disperata ricerca di qualche nastro compromettente che lo inducesse a realizzare ciò che loro avevano sempre sognato). Il motivo per cui il premier si era preso così tanto a cuore l’argomento è presto detto. Nel 2007 era stato lui stesso protagonista di una telefonata "scomoda" con il direttore di Raifiction Agostino Saccà. I giornali ne avevano pubblicato uno stralcio in cui chiedeva di sistemare un paio di soubrette "per sollevare il morale del Capo". Ma anche prima di scendere in politica era stato intercettato mentre si lamentava con Dell’Ultri del mancato arrivo delle ragazze del Drive In chiamate ad allietare il party privato per il Capodanno 1987 che aveva organizzato con Craxi e Confalonieri."Questa cultura che viene direttamente dal presidente del Consiglio è un pericolo per la democrazia italiana – ha commentato duramente l’ex magistrato di Bologna Libero Mancuso, facendo eco alle parole di giornalisti ed editori – In quest’ottica l’impegno per la legalità assume la massima centralità". L’ex assessore della giunta Cofferati se l’è presa soprattutto sulla decisione di porre la fiducia "su una legge che è la mortificazione della libertà di stampa e del processo penale come strumento per accertare la verità", definendola "un attacco ai valori costituzionali e alla centralità del parlamento".La convinzione che questo disegno di legge nasca con lo scopo ben preciso di arginare le preoccupazioni del premier trova conferma nella sua pressochè totale contraddizione con la politica del Governo in tema di sicurezza. Mentre si invoca la "tolleranza zero" e nelle strade si moltiplicano le telecamere, le intercettazioni – strumenti essenziali per la sicurezza del Paese e del cittadino – vengono vietate in nome della privacy. "Disfano di notte quello che fanno di giorno", accusa il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, che paragona l’esecutivo ad una novella Penelope.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet