Di basso reddito, di sinistra, assolutamente non leghista


BOLOGNA, 31 AGO. 2011 – Ex operaio, in buona salute ma con un reddito spesso sulla soglia della povertà. Attivo e informato, legge l’Unità ma soprattutto il Resto del Carlino e le gazzette locali. Alle elezioni vota Pd (anche se si definisce più di sinistra) e non la Lega, e, a dispetto degli stereotipi, non ha paura degli immigrati. È questo l’identikit dei pensionati dello Spi dell’Emilia-Romagna, il sindacato che, forte delle sue 460mila tessere, il prossimo 6 settembre, in occasione dello sciopero generale proclamato dalla Cgil, torna in piazza per protestare contro la manovra economica di un governo che “fa pagare la crisi a lavoratori dipendenti e pensionati” e proporre “un’altra manovra possibile” che garantisca “crescita, occupazione, equità e giustizia sociale”.“Il 6 settembre i pensionati dell’Emilia-Romagna saranno in tutte le piazze dove si protesta – dice il segretario regionale dello Spi Maurizio Fabbri – per fare sentire la nostra voce e le nostre ragioni. E in piazza ci torneremo il prossimo autunno – anticipa – con una grande manifestazione nazionale il cui obiettivo è uno, preciso e forte: il Governo se ne deve andare, non ha più la fiducia dei cittadini. È un’affermazione forte, ma che ci sentiamo legittimati a fare in ragione di chi siamo e di chi rappresentiamo”.Quale siano identità, valori e preoccupazioni dei pensionati dello Spi dell’Emilia-Romagna lo dice l’indagine condotta dall’Istituto di ricerche economiche e sociali (Ires) della Cgil e curata dal sociologo Fausto Anderlini. Realizzata tra la scorsa primavera e questo agosto su un campione di mille iscritti al sindacato, la ricerca traccia il ritratto del pensionato-tipo dello Spi dell’Emilia-Romagna. “Lo Spi è un’organizzazione proletaria, gran parte degli iscritti erano operai – continua Fabbri –. Rappresentiamo le fasce più deboli della società e siamo un grande presidio del territorio: abbiamo 292 leghe su 341 Comuni della regione, praticamente in ogni città e in ogni paese c’è una parrocchia e c’è una sede dello Spi”.Lo Spi dell’Emilia-Romagna (gli iscritti in totale sono 459.164, pari al 37,2% della popolazione over 60, di cui le donne sono 259.895, il 56,6% delle tessere) è composto soprattutto da ex-operai dell’industria manifatturiera e del settore agricolo: coloro che hanno dismesso la tuta blu rappresentano oltre il 62% degli iscritti, circa il 20% invece chi prima era un impiegato, meno del 10% gli autonomi. Lo Spi è infatti più forte nei territori storicamente a vocazione industriale e agricola, come a Reggio Emilia dove il tasso di adesione dei pensionati al sindacato è del 50,9% e a Ferrara (43,9%). La caratterizzazione “proletaria” della base sindacale si riflette anche sul grado di istruzione degli iscritti allo Spi: il 51% ha la licenza elementare, mentre diplomati e laureati insieme non superano il 10%.Buono o relativamente buono è nel 73% dei casi lo stato di salute dei pensionati dello Spi emiliano-romagnolo. Meno buone le condizioni economiche: la pensione è per il 95,5% dei tesserati l’unica fonte di sostentamento e se il 48,3% si colloca nella media, il 33,7% è in una situazione di povertà reale o latente. Lo stato di indigenza e di emarginazione è maggiore per le donne e per gli over75. I pensionati della regione non corrono però il rischio di trovarsi “per strada”: l’83,6% ha una casa di proprietà.L’indagine, che si basa su un questionario di 77 domande, analizza anche gli stili di vita e il tempo libero dei pensionati: se il 53,5% guarda la televisione oltre tre ore al giorno, il 50,5% legge i giornali assiduamente, il 46,7% libri e riviste, il 46,1% fa sport, il 33,3% frequenta circoli, bar e centri anziani. E poi il 20% va al cinema o al teatro, il 14,5% fa volontariato, il 14,3% usa internet e il 10,8% è impegnato politicamente. “Teledipendenza a parte – dice il curatore della ricerca Fausto Anderlini –, la cura del corpo, della mente e delle relazioni pubbliche sono valori che investono larga parte degli anziani Spi, a testimoniare una condizione di diffusa resistenza alla passivizzazione senile”. I pensionati si tengono informati con Tv e giornali. Sul piccolo schermo guardano soprattutto Rai1 (43,7%) e Rai3 (40,9%). Di rilievo il 17,2% che sceglie La7, mentre il 16% si sintonizza su Canale5. Passando a chi ha la (buona) abitudine di leggere i quotidiani, il 35,1% in edicola compra il Resto del Carlino, seguito da Repubblica (23,5%). Le gazzette locali spuntano, sommandole, oltre il 20% e l’Unità si attesta a quota 16,5%. Diversi i gusti del “nucleo militante” degli iscritti allo Spi: le testate preferite sono Rai3 e Repubblica, seguite da vicino da La7 e dall’Unità.Le principali preoccupazioni dei pensionati dello Spi sono il costo della vita, la crisi economica, la disoccupazione e il futuro dei giovani (in totale il 78%), il welfare e le pensioni (41,2%), la salute (22,8%). Solo uno sparuto 10%, invece, è allarmato da micro-criminalità, droga, degrado e stranieri. “Sui media si è fatto frequente ricorso allo stereotipo dell’anziano impaurito dall’immigrazione, pervaso da sentimenti razzisti e orientato a votare Lega”, aggiunge Anderlini. In realtà, una “sindrome repulsiva” verso l’immigrazione risulta solo riguardo all’accesso ai servizi sociali da parte degli stranieri (44%), segno, commenta il sociologo, “che la concorrenza sul welfare è avvertita”.Ma come votano i pensionati dello Spi? Il partito di riferimento è il Pd (56%), la “dispersione” verso le altre liste di sinistra è circoscritta al 5%, solo il 2% si dichiara elettore dell’Udc o di un partito di destra. “Dall’indagine esce clamorosamente smentita la tesi su cui si è a lungo favoleggiato circa un trasferimento alla Lega di elettori popolari e anziani di sinistra – aggiunge Anderlini –. Non un voto è andato alla Lega, neppure da parte delle componenti più periferiche, passive o socialmente emarginate, degli iscritti”.Quasi la totalità degli anziani si iscrive allo Spi all’atto del pensionamento, il 48% rinnova la tessera da oltre 10 anni. La maggioranza (67,6%) era già iscritta alla Cgil, ma non sono pochi (26%, che diventa 30% considerando le donne) chi prima dello Spi non erano legati ad alcun sindacato. “Quest’ultima quota – sottolinea Anderlini – è un indicatore della forza attrattiva del sindacato, cioè della capacità di coinvolgere persone non sindacalizzate. Se consideriamo che riguarda un iscritto su quattro, se ne deduce che la capacità attrattiva dello Spi è tutt’altro che trascurabile”. Significativa è anche l’analisi dei profili secondo la militanza, con la presenza di uno “zoccolo duro” di pensionati (composto dal 26,2% degli iscritti) che ha alle spalle anni di appartenenza alla Cgil, è attualmente impegnato nel sindacato e tiene viva la memoria storica delle lotte politiche e sindacali tra gli anni ’50 e gli ’80. I pensionati si fidano di Regione (58,3%), Comune (52,5%), Provincia (50,1%) e anche di cooperative (42,2%) e piccole imprese (32,9%). Molto meno dei partiti politici (8,7%), praticamente nulla (1,6%) del governo Berlusconi. Questi valori, conclude Anderlini, indicano l’adesione dei pensionati al “modello emiliano-romagnolo, un triangolo fiduciario composto da sindacato, istituzioni locali, economia partecipata delle coop e piccole imprese radicate nel territorio”.

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