Devid, Bologna cerca di capire cosa è successo


BOLOGNA, 11 GEN. 2010 – A Bologna si cerca di fare chiarezza sulle cause che hanno causato la morte di Devid Berghi, il bimbo di appena 20 giorni vittima di una crisi respiratoria alla vigilia dell’Epifania. I suoi genitori sono stati sentiti questa mattina in questura come persone informate sui fatti. Ma l’inchiesta della Procura, condotta dal pm Alessandra Serra, è ancora senza titolo di reato e a carico di ignoti. "Scandaglieremo con il massimo scrupolo ogni piega della vicenda – ha detto il portavoce della Procura, il procuratore aggiunto Valter Giovannini -. Comunque non si può dimenticare che, in generale, il dovere primario di tutela del minore deve essere esercitato prima di tutto dai genitori. Anche solo chiedendo aiuto o assistenza". Gli inquirenti mirano a ricostruire cosa sia avvenuto e soprattutto si attende il riscontro dell’autopsia eseguita nei giorni scorsi sul bimbo. Bisognerà poi accertare se cure più tempestive avrebbero potuto salvarlo, ma anche scoprire se la famiglia abbia chiesto aiuto e se ci siano state defaillance nella rete dei servizi sociali. "Dobbiamo verificare cos’è successo – ha spiegato il procuratore capo di Bologna Roberto Alfonso – Dobbiamo vedere, per esempio, se il bambino poteva essere portato prima in ospedale, o se per esempio si è trattato di una morte improvvisa come capita tra i bambini. Ma questo è oggetto di indagine, sono tutte cose su cui faremo accertamenti". "Credo che Bologna non si sarebbe sottratta a un intervento assistenziale urgente – ha aggiunto – non credo che per esempio il Sant’Orsola non avrebbe trattenuto il bambino anche per 15 giorni se ce ne fosse stata la necessità. Sono tutte cose da verificare, dopo poi trarremo le nostre conclusioni dal punto di vista dell’indagine". Ma al di là del profilo investigativo, il procuratore ha spiegato che "dal punto di vista umano sono situazioni che creano grande disagio. Dal punto di vista sociale ci fanno riflettere tanto su come tante persone stiano ancora così male. Ma questa – ha concluso – è una valutazione dal punto di vista personale".Oltre che con la polizia, Sergio Berghi, il 43enne papà del bimbo, ha parlato anche con i giornalisti per negare che lui e la sua famiglia siano "vagabondi". "Non viviamo per strada, non siamo clochard, abbiamo una casa in affitto in via delle Tovaglie, paghiamo 460 euro al mese – ha detto – Stavamo andando lì martedì, quando Devid si è sentito male in piazza Maggiore. E sono stato io a chiamare il 118, quando ho visto che non respirava più". Poi Berghi ha spiegato perché più volte lui e sua moglie hanno rifiutato gli aiuti: "Visto quello che è successo in passato, temevamo che rivolgendoci alle assistenti sociali ci avrebbero tolto i figli". La donna aveva già due bambini, nati nel 2001 e 2003 da precedenti relazioni, che le erano stati tolti e dati in affido; un anno e mezzo fa aveva dato alle luce una bimba, che non è figlia di Sergio, e il 13 dicembre erano nati due gemellini, Devid e Kevin, figli dell’attuale compagno. Lui, un passato difficile in Toscana, dice di avere un presente precario di lavoretti saltuari di imbiancatura e muratura per sbarcare il lunario: "Porto a casa 700-800 euro al mese, ma da prima di Natale non faccio nulla". Nella casa di via Tovaglie, nel centro storico, abita un nordafricano che la donna aveva sposato, ma con il quale non vive da tempo, come hanno confermato anche alcuni vicini.

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