Derivati. Comuni di tutte le regioni, unitevi!


© Comunicare spa 2007 Nella giungla della finanza di oggi ci sono molti prodotti difficili da capire, non solo ai semplici risparmiatori ma anche agli addetti ai lavori. Tra questi vi sono i derivati che si chiamano così in quanto derivano il loro valore da variabili esterne. Sono operazioni che solitamente si costruiscono su un debito e funzionano un po’ come una sorta di gioco d’azzardo tra chi li acquista e la banca che li vende. Si scommette, ad esempio, che se un tasso resta entro un certo livello chi ha acquistato il derivato ci guadagna, mentre ci perde se il tasso supera quel livello. Fin qui il meccanismo sembra semplice. Il problema è che chi sottoscrive questo tipo di prodotti pensando di mettersi al riparo, poniamo, da un eventuale rialzo dei tassi d’interesse, può finire per firmare un contratto che in realtà risulta essere comprensibile solo a chi ha alle spalle un master in finanza o possiede un software che costa centinaia di migliaia di euro. Il problema dei derivati sta infatti nella loro complessità e nei loro costi (impliciti) dei quali il cliente non riesce ad avere evidenza se non quando la banca inizia a chiedergli grossi rimborsi. Tra gli acquirenti di derivati non vi sono solo aziende e imprenditori privati, vi sono anche gli enti pubblici, come le regioni, i comuni e le province. Tali enti utilizzano questi strumenti finanziari per ridurre il costo dei propri debiti e per tutelarsi dall’esposizione verso i rischi del mercato. Maliziosamente, gli stessi enti possono utilizzare i derivati anche con un secondo, ma non trascurabile, fine: ottenere subito finanziamenti che prevedono periodi di ammortamento lunghi quel tanto che basta a gonfiare i bilanci e a rimandare a giunte e amministratori successivi il "rosso" da saldare. A riportare all’ordine del giorno l’argomento dei derivati come causa dell’ulteriore indebitamento di alcuni enti locali, ha contribuito un servizio della trasmissione Report, andato in onda il 16 ottobre scorso. A Reggio Emilia, dalla fine del 2003 ha sede il Cesfel, un centro che si occupa contemporaneamente del debito di 12 comuni e di 8 amministrazioni provinciali dell’Emilia-Romagna. Si tratta di una struttura che fornisce a tali enti gli strumenti e le competenze per affrontare le insidie dei prodotti presenti sui mercati finanziari. Emilianet ha incontrato Marcello Marconi che è il coordinatore di questa struttura, la cui sigla sta per Centro Servizi Finanza Enti Locali Emilia Romagna.   E’ davvero così alto il rischio per gli enti locali di fare operazioni che risultano essere vantaggiose solo per la banca? Spesso succedeva che erano le banche a bussare alla porta dei comuni col proposito di offrire i propri prodotti. Da quando esiste il Cesfel l’impostazione è diversa. Siamo noi ad analizzare il debito dell’ente e a vedere se realmente bisogna intervenire, non solo coi derivati, magari anche attraverso una rinegoziazione dei tassi con la banca deposito e prestiti. Il tutto a seconda delle caratteristiche del debito. Dopo l’analisi, decidiamo che prodotto fare e mettiamo in gara diverse banche, cosa che loro non gradiscono molto. Per questo non siamo visti proprio di buon occhio dagli istituti. L’importante, per quanto riguarda i derivati, è saperli valutare. Abbiamo anche un software per quotare questi prodotti. Per fare un esempio: se vogliamo una copertura del 4% e scopriamo che alla banca costa il 3% noi glielo diciamo e anziché firmare andiamo da un altro istituto. Ma se non sei in grado di quotare l’operazione ti tocca andare in fiducia. Per cambiare le carte in gioco, inoltre, conta anche avere una struttura in grado di mettere in gara gli istituti. Non solo per i derivati, anche per i mutui e i bot. Molto dipende dal potere contrattuale col quale ci si presenta. Per fare un esempio, il Cesfel l’anno scorso, raccogliendo le esigenze dei vari enti, ha messo in gara una richiesta di oltre 280 milioni riuscendo così a ottenere dei tassi d’interesse molto bassi. In sostanza siamo stati noi a “tirare il collo” agli istituti. Se volevano partecipare le condizioni erano quelle. Ciò non accade se un ente si presenta da solo, specialmente se si tratta di un piccolo comune. Non ha molto senso poi che diversi enti aprano ognuno per conto loro una procedura di gara. Il rischio è che ottengano condizioni peggiori, mancando l’occasione di applicare economie di scala e di fare massa critica. Sul versante delle banche, al contrario, assistiamo invece a un un vistoso fenomeno di aggregazione degli istituti. Oggi sono 4 o 5 in tutto. Anche per questo i comuni dovrebbero unirsi. Possiamo dire dunque che il Cesfel tutela i comuni e nello stesso tempo anche i cittadini? Sì, è così. Molti enti, anche dei nostri, avevano sottoscritto, tra il 2001 e il 2003 delle operazioni senza valutarle appieno. Gli effetti negativi si sono visti in un secondo tempo. La differenza che c’è tra gli enti che fanno parte del Cesfel e gli altri enti delle altre regioni è che i primi, dopo essersi resi conto dell’esigenza di una struttura come la nostra, l’hanno creata, hanno scommesso su di un personale e sul far crescere delle professionalità che effettivamente si sono poi formate. E gli effetti oggi si vedono. Rispetto ad altre regioni, la gestione del debito è assolutamente sotto controllo. Com’è la legislazione oggi in materia di derivati ed enti pubblici? Va migliorata? Attualmente esiste una regolamentazione abbastanza rigida. Fino al 2003 non era così, era molto più un far west. Sicuramente i derivati più svantaggiosi dal punto di vista degli enti locali sono stati sottoscritti tra il 2001, anno in cui si sono rese possibili queste operazioni, e il 2003. L’iter per regolamentarle è stato piuttosto lungo, il decreto è della fine del 2003 ma è entrato in vigore addirittura nel 2004. La finanziaria di quest’anno conterrà un emendamento in materia di derivati. Il ministero dell’Economia sarà tenuto a dare molte più informazioni alle amministrazioni. Queste dal canto loro, avranno l’obbligo di comunicare ogni operazione in derivati sottoscritta, sarà il ministero a giudicare sull’adeguatezza o meno. Cosa pensa di queste misure? Sono abbastanza scettico. Dare un parere e un supporto a ogni singolo ente non è una cosa facile, i comuni in Italia sono 8000. Se però ci riescono, ben venga. Io ho un po’ di dubbi. A mio avviso sarebbe meglio adottare delle soluzioni tipo la nostra, più a livello regionale. Una dimensione in cui gli enti si conoscono e hanno contatti diretti. Il rischio è invece quello di fare un “baraccone” diretto dall’alto che magari finisce sommerso di richieste da parte di una miriade di enti di cui il ministero, tra l’altro, non conosce le realtà effettive. Sarebbe meglio, quindi, una legge che obbligasse gli enti a unirsi… Sì. Oppure una legge che prevedesse delle agevolazioni per quegli enti che si organizzano. Purché dimostrino di creare delle strutture con determinati strumenti e investimenti nell’innovazione e nelle professionalità. Bisogna cioé mettere in grado gli enti di capire, perché, alla fine, dalle banche, bisogna tutelarsi. E non si può pensare di farlo regolamentando tutto. Fatta la norma, la scappatoia, volendo, gli istituti la trovano sempre.

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