Dentro la verità, fuori dai luoghi comuni


REGGIO EMILIA, 16 NOV. 2010 – Una vicenda simile a tante altre, accaduta nella Reggio Emilia dei primi giorni dopo la Liberazione: l’uccisione di un medico fascista da parte di un gruppo di partigiani. A distanza di sessantacinque anni un giornalista che indaga su chi ha sparato e su dove è finito il corpo del giustiziato. E’ questo il plot di Brigata Katiuscia, il terzo romanzo del giornalista Paolo Bonacini, ambientato in una Reggio Emilia dove ancora vivono persone che fanno un uso politico della storia. Una città ‘medaglia d’oro al valor militare’, ma da qualcuno ribattezzata ‘Triangolo della morte’.Un libro giallo ma che allo stesso tempo è un contributo alla memoria. Ne è convinto lo storico Massimo Storchi, intervistato da viaEmilianet in qualità di lettore del romanzo e di moderatore alla sua presentazione, in programma stasera alla libreria all’Arco di Reggio. "E’ una narrazione che utilizza materiali storici", ci spiega Storchi "e penso sia utile a uscire da luoghi comuni di cui non se ne può più".Quali ad esempio…Il fatto che il triangolo della morte non esiste, che Reggio Emilia non è stata una città speciale, lo dimostrano i numeri delle stragi del secondo dopoguerra. E’ stata, però, un luogo usato come speciale.La trama le ricorda diverse vicende consegnate agli archivi? Certamente. Qui si parla di una ragazza torturata e violentata. Di dolori veramente gravi. Un tipo di storie che abbiamo smesso di raccontare, perché da un certo punto in poi lo spazio è stato dato al ‘sangue dei vinti’. E ci siamo scordati dei vincitori, che hanno pagato un prezzo ben pesante.Quindi sono ben accetti i libri che ricordano questi aspetti… Ovviamente. Il fatto che Bonacini abbia avuto un padre partigiano penso abbia influito nella scelta del tema di un romanza che è interessante anche perché il protagonista, essendo un giornalista, riesce a raccontare tutte le montature giornalistiche, le distorsioni della politica, gli opportunismi. Il fatto che provenga da fuori città e che sia costretto a imparare cos’è Reggio, anche questo è un buono spunto. Così come il fatto che il suo mestiere imponga al protagonista di conoscere bene ciò che scrive. Cosa che è l’unico modo per uscire dagli stereotipi.C’è chi è del parere che narrazioni come Brigata Katiuscia non contribuiscano a un processo di riconciliazione…Personalmente me ne frego della riconciliazione. Nel senso che la riconciliazione è stata fatta con la Costituzione italiana, che ha riconosciuto tutti i cittadini uguali dinanzi alla legge. Al di là che fossero stati fascisti o partigiani. Il resto sono tutte polemiche da uso pubblico della storia. "Riconciliazione" spesso è sinonimo di "equiparazione". Ovvero dell’affermare che fascisti e partigiani erano tutti uguali e quindi anche i primi avevano ragione. E questo proprio non esiste. Perché se è vero che le vittime sono tutte persone, è anche vero che fra di loro c’era chi combatteva per Auschwitz e chi combatteva contro Auschwitz. Questi ultimi, e fra loro c’era la Brigata Katiuscia, per fortuna hanno vinto.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet