Danilo Barbi (Cgil): ”In pericolo la democrazia sindacale”


    BOLOGNA, 10 DIC. 2008 – L’Emilia-Romagna e Bologna non sono, per fortuna, il centro della crisi economica in Italia. Sono però, da quando questa si è fatta sentire, al centro delle manifestazioni di protesta contro i suoi effetti e, soprattutto, contro le scelte inadeguate del governo per farvi fronte. Il segretario nazionale della Cgil Guglielmo Epifani, sarà a Bologna per concludere la manifestazione di venerdì 12 dicembre in concomitanza con lo sciopero generale indetto dalla sola Cgil. “Epifani ha scelto Bologna per una ragione di attenzione all’interno della Cgil” dice Danilo Barbi, segretario generale della Cgil Emilia-Romagna. “Sono state numerose le iniziative promosse dal sindacato in Emilia-Romagna. A partire dalla manifestazione del 27 settembre, passando per lo sciopero dei lavoratori del pubblico impiego, con manifestazione sempre a Bologna, fino ad arrivare allo sciopero del 14 novembre dell’industria e dei settori privati. Sicuramente la manifestazione di venerdì 12 dicembre a Bologna sarà una delle più grandi in Italia. Quel giorno, non sono tante le regioni che hanno organizzato una manifestazione regionale.” Qual è la situazione effettiva di crisi o pre-crisi in Emilia-Romagna?Ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso dalle crisi affrontate in precedenza. Non siamo in una crisi di congiuntura grave, ma in una crisi di fondo del sistema economico mondiale. Questi caratteri inediti si riflettono anche sulle vicende dell’Emilia-Romagna. Una regione abituata, di solito, a entrare con più ritardo nei periodi di crisi e a uscirne prima. Questo grazie alla solidità del suo tessuto produttivo. I primi segnali di una crisi “ordinaria”, si avvisano nelle piccole imprese, e si trasferiscono poi in quelle medio grandi. Questa volta, però, è tutto diverso. La crisi ha cominciato a diffondersi a metà settembre, come nel resto dell’Italia. Calano i volumi produttivi e la cassa integrazione dilaga in tutti i settori produttivi, sia in quelli innovativi che in quelli più tradizionali, coinvolgendo operai e impiegati. Siamo di fronte non solo a una crisi di liquidità finanziaria, ma anche di domanda, che a livello globale sta rallentando profondamente. Nel mondo la gente ha meno soldi da spendere e questo ci ricorda che non basta produrre una cosa perché abbia valore, ci vuole anche qualcuno che la compri. Quali settori il sindacato prevede siano maggiormente colpiti in Emilia-Romagna?L’insieme dei settori coinvolti è molto ampio. E’ in crisi il settore dell’edilizia, che negli ultimi 15 anni è stato un settore in continua crescita. E’ in crisi il terziario, con i dati della Confcommercio che confermano le nostre preoccupazioni. Anche nel commercio, infatti, in Emilia-Romagna negli ultimi mesi il saldo tra aziende nate e aziende che chiudono è fortemente negativo. Sono quasi 5000 le aziende in meno. Nell’industria questa crisi riguarda sia il settore tessile dell’abbigliamento che il settore della ceramica dove l’80% dei lavoratori sono in cassa integrazione. La crisi non risparmia nemmeno le aziende leader del biomedicale e riguarda in modo diffuso il settore metalmeccanico. Anche dal punto di vista delle dimensioni e del numero di settori coinvolti si può dunque notare una differenza con le crisi precedenti. Quella attuale ha un carattere assolutamente nuovo e straordinario. Proprio per questo noi mettiamo al centro del nostro sciopero la necessità di misure straordinarie che al momento da parte del governo non ci sono. Le relazioni con Cisl e Uil sono diverse da noi rispetto a quelle nazionali?Come Cgil regionale stiamo cercando in modo ostinato di mantenere i fili di un rapporto unitario. Nelle difficoltà evidenti della situazione nazionale, c’è uno sforzo soggettivo in questa regione per cercare, laddove siamo d’accordo, di non entrare in conflitto. Cerchiamo di mantenere questo tipo di impegno, che coincide con una tradizione storica della Cgil a livello nazionale, non solo regionale. Anche nei momenti di più acuta crisi non abbiamo mai chiuso i rapporti unitari. Certo non c’è dubbio che su terreni molto importanti non siamo d’accordo con gli altri sindacati. Non ci stanno bene gli accordi separati, senza la Cgil, e senza nemmeno che siano votati dai lavoratori. E’ un problema di democrazia sindacale molto serio.

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