Da Sant’Anna a Marzabotto


12 AGO 2009 – All’indomani di una sentenza storica, quella che a Monaco di Baviera ha condannato Josef Scheungraber come responsabile della strage nazista di Falzano, la marcia da Sant’Anna di Stazzema a Marzabotto assume un significato ancora più attuale. Una marcia per ricordare le vittime degli eccidi nazisti sull’Appennino tosco-emiliano 65 anni dopo, ma anche per lanciare un messaggio per la pace nel mondo.Oggi, 65 anni fa, i nazisti massacravano 560 civili a Sant’Anna. Una delle rappresaglie più odiose compiute in Italia dai tedeschi; ma non l’ultima perché poi vennero proprio le stragi di Monte Sole che in totale costarono la vita ad altri 800 civili. La marcia, partita, stamattina si concluderà il 16 a Marzabotto. Ad ogni tappa i partecipanti lasceranno un piatto decorato con una colomba della pace come segno del loro passaggio nelle varie località toccate. Poi a Marzabotto, come simbolo di pace e fratellanza, porteranno un albero d’olivo da piantare nel Parco di Monte Sole. L’iniziativa è organizzata da Arci Versilia e Anpi Lucca in collaborazione con Provincia di Lucca, Provincia di Massa Carrara, Comuni di Stazzema e Sambuca Pistoiese, nonché della Scuola per la pace della Provincia di Lucca. Dopo la prima tappa da Sant’Anna a Pascoso, la marcia andrà a Corno alle Scale (13 agosto), quindi Sambuca Pistoiese (14 agosto, lungo un sentiero del Cai), poi da Sambuca a Monte Sole a Marzabotto. Il giorno dopo Marzabotto ospiterà l’iniziativa ‘Memoria e responsabilita’. Ricordando la strage di Sant’Anna il consigliere regionale della Toscana Marco Montemagni ha osservato in una nota che "tutti, istituzioni pubbliche in primo luogo, dobbiamo saper conservare la memoria di quei tragici fatti perché e da lì che traggono origine i valori portanti della nostra comunità nazionale".“VOGLIAMO LA VERITÀ, SU MARZABOTTO COME SULLA STRAGE DI BOLOGNA”Sulla sentenza che a Monaco di Baviera (dove è nato il nazismo) ha condannato all’ergastolo Josef Scheungraber, 91 anni, ex ufficiale degli alpini tedeschi, si è espresso anche Walter Cardi, presidente dell’Associazione familiari delle vittime dell’eccidio di Marzabotto: "Una sentenza che fa giustizia dopo 65 anni e, come in altri casi, mette la parola fine sul revisionismo storico che vuole alterare i fatti". "Purtroppo però – ha aggiunto Cardi – ci sono ancora troppi crimini per i quali non si è arrivati a una sentenza. Sia per la lentezza della giustizia, soprattutto nel nostro Paese, sia perché i criminali hanno goduto di protezione da parte dei servizi segreti dei loro Paesi". Per il presidente dell’associazione, "il tempo è ormai scaduto: degli oltre 500 criminali nazisti ancora impuniti, solo una manciata sono vivi, di altri non si sa neppure se siano in vita, come alcuni degli accusati per le stragi di Marzabotto e del cavalcavia di Casalecchio". C’é, secondo Cardi, una precisa volontà di insabbiare la verità che riguarda i massacri nazisti ma anche le stragi terroristiche: "La ragione di Stato che occultò il cosiddetto ‘armadio della vergogna’ – aggiunge – è la stessa che nasconde la verità sulla stazione di Bologna, sull’Italicus, su piazza Fontana".LA CONDANNA DI SCHEUNGRABERLa Procura di Monaco di Baviera, che ha confermato ieri la condanna per Scheungraber, aveva chiesto lo scorso 18 giugno l’ergastolo per l’ex tenente della Wermacht. Scheungraber era già stato riconosciuto colpevole della strage e condannato all’ergastolo nel 2006 dal Tribunale militare di La Spezia e il tribunale tedesco ha avviato il processo il 15 settembre del 2008, proprio sulla base dei documenti del processo italiano. Scheungraber vive nella sua città natale di Ottobrunn, in Baviera, dove dopo la guerra è stato anche consigliere comunale. Il caso di Scheungraber si affianca a quello di un altro presunto ex nazista, John Demjanjuk, 89 anni, ribattezzato il ‘Boia di Sobibor’ e sospettato di avere contribuito allo sterminio di circa 29mila ebrei nel campo di concentramento dell’allora Polonia occupata. Anche Demjanjuk, estradato in Germania dagli Usa lo scorso 12 maggio, verrà giudicato dal tribunale di Monaco di Baviera, che per il momento lo ha accusato formalmente di concorso nello sterminio di Sobibor. "Dopo 65 lunghi anni è arrivato il periodo della verità e della giustizia sull’eccidio di Falzano", ha commentato il sindaco di Cortona Andrea Vignini, che si trovava a Monaco per la sentenza del processo all’ex ufficiale nazista, condannato all’ ergastolo per il massacro di civili a Falzano di Cortona (Arezzo) il 26 giugno del 1944. "Questo dimostra – ha aggiunto Vignini – che non è mai troppo tardi per la verità, sono qui per onorare i morti, ma anche i vivi che hanno lungamente atteso questo momento. E’ particolarmente significativo che sia un tribunale tedesco a condannare l’ufficiale responsabile della strage ed è ancora più significativo che la condanna sia avvenuta a Monaco di Baviera dove è nato il partito nazista, tutto questo – conclude il sindaco Vignini – sembra una simbolica nemesi della storia". LA STRAGE DI FALZANOQuattordici morti ammazzati, un solo superstite, un ragazzo quindicenne scampato per miracolo. Era il 26 giugno del 1944, quando in Toscana, nella zona di Falzano di Cortona, in provincia di Arezzo, una pattuglia di soldati tedeschi saccheggia una cascina. Poco dopo la pattuglia viene intercettata da un gruppo di partigiani. C’è uno scontro a fuoco e i tedeschi hanno la peggio: due soldati muoiono, il terzo, ferito, riesce a trascinarsi fino a raggiungere un’altra pattuglia, di guardia su un ponte che si stava riparando con il lavoro forzato dei civili. E dà l’allarme. A quel punto si decide la rappresaglia. Il gruppo di tedeschi si mette in marcia verso Falzano. Strada facendo i soldati incontrano la loro prima vittima, un giovane contadino. Lo uccidono, bruciano la sua casa, quindi proseguono. Il mattino successivo uccidono altre tre persone e arrestano cinque uomini. Poi rastrellano nelle campagne altre sei persone e alla fine rinchiudono tutto il gruppo di prigionieri (undici persone in tutto) in una stalla dove si preparava il foraggio per le bestie, che viene fatta saltare con dell’esplosivo. Agli undici, all’ultimo momento, viene aggiunto un dodicesimo prigioniero, un ragazzino quindicenne, Gino Massetti, sorpreso a curiosare. Proprio lui, il più giovane fra i prigionieri, riesce però a salvarsi. "Mentre la casa esplodeva, lo spostamento d’aria mi gettò sopra due cadaveri, e una trave cadde sopra di loro. – ha raccontato due anni fa, durante il processo, Gino Massetti, oggi ottantenne – Mi trovai tutto rannicchiato, il corpo in fiamme, ma respiravo ancora. Dopo sei ore, mi trovò una donna che sentiva gemere: pensava fossi il suo cane, che aveva perduto. Invece ero io".

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