Da Bali al Po, la crisi climatica è colpa nostra


19 dic. 2007 – Bali è un’isola dell’Indonesia conosciuta soprattutto come meta turistica. Nasa Dua, una penisola a sud, a 40 chilometri dalla capitale Denpasar, offre spiagge in cui si può praticare il Kitesurfing, uno sport che consiste nel fare surf trainati da una specie di aquilone. Questa località, dal 7 al 14 dicembre è stata sede di un evento di cui si parlerà molto nei prossimi anni: la conferenza mondiale sul riscaldamento climatico. Compito del summit, riaprire i negoziati per far fronte alla scadenza dei protocolli di Kyoto, che avverrà nel 2012.Le parole del segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, hanno riassunto a chiare lettere lo stato di emergenza in cui riversa il pianeta: “La situazione è così disperatamente seria che ogni ritardo rischia di farci superare il punto di non ritorno, oltre il quale i costi ecologici, finanziari e umani cresceranno in forme drammatiche”.Per parlare della conferenza di Bali, di cambiamenti climatici e dei costi che questo comporta, Emilianet ha chiamato Luca Lombroso, meteorologo all’Osservatorio geofisico del Dipartimento Ingegneria dei materiali e dell’ambiente, presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Collaboratore della Società Meteorologica Italiana e membro di ASPO Italia (Association for the Study of Peak Oil & Gas Italian Section) un’associazione che si occupa di cambiamento climatico e di problemi energetici, soprattutto legati al problema del calo della produzione di petrolio, Luca Lombroso è conosciuto al pubblico televisivo grazie alla sua presenza, come ospite fisso, alla trasmissione chetempochefa condotta da Fabio Fazio su Rai 3. La stampa, a tuo avviso, ha dedicato sufficiente attenzione al summit di Bali?Non direi. Nella manfrina di notizie assolutamente inutili e di chiacchiere politiche, le tematiche affrontate a Bali sono passate un po’ in sordina. Non so se volontariamente o involontariamente. Questo è grave perché a Bali si decideva del nostro futuro.E alla fine s’è deciso qualcosa, oppure nulla?In effetti è una bella domanda. Notizie precise non ne ho trovate neanche io, almeno dai media. Mi sono però tenuto in contatto con una mia collega che ha partecipato direttamente ai lavori. Nei primi giorni della conferenza le cose sono rimaste piuttosto ferme. Di fronte al forte appello lanciato dalla comunità scientifica la politica tendeva a perder tempo. In un secondo tempo, in una riunione che è andata avanti a oltranza, è stato trovato una specie di accordo che non si può però considerare una decisione definitiva vera e propria sul post-Kyoto. Quel cambio di rotta netto di cui ci sarebbe stato bisogno non è stato deciso. A Bali è stato presentato un rapporto della ong tedesca Germanwatch che ha bocciato l’Italia per quanto riguarda le sue emissioni di Co2 e le politiche governative adottate per limitarleSi è trattato di un aspetto già risaputo. Se invece di fare pannelli solari, impianti eolici, utilizzare fonti alternative e puntare sul risparmio energetico, noi continuiamo a costruire inceneritori, a fare centrali a carbone, a pianificare strade e autostrade, a vendere auto, a costruire ferrovie ad alta velocità, ovviamente non otterremo mai risultati tali da rispettare i parametri del protocollo di Kyoto. A causa di ciò ci aspetta una multa e anche salata. Un costo che consisterà nella necessità di comprare le quote sul mercato delle emissioni di Co2. Si parla di cifre che si aggirano sui 12 miliardi di euro. Quindi si può parlare di una miopia anche dal punto di vista economico da parte del nostro Paese…Si continuano a tenere delle fette di prosciutto davanti agli occhi di fronte ai problemi reali che si stanno presentando dinanzi al Paese, che sono il cambiamento climatico e la crisi energetica. Per fare un esempio concreto, come può cambiare la situazione del Po in seguito ai mutamenti climatici?La questione del Po è abbastanza semplice. Vi sono già più autorizzazioni per prelievi d’acqua di quant’acqua il Po possa dare. A questo va aggiunto la considerazione del fatto che, in seguito al cambiamento climatico, le risorse idriche caleranno. Questo fenomento avviene soprattutto e proprio nelle nostre zone, nel mediterraneo, nella pianura padana.Non c’è bisogno di essere un premio Nobel per capire che l’acqua è una risorsa, sì rinnovabile, ma non nei tempi che occorrono a noi. Ne preleviamo troppa, lo si è visto anche la scorsa estate. E’ andata bene perché un po’ è piovuto, ma non andrà sempre così.Inoltre ci sono altri problemi connessi al mutamento climatico come quelli delle ondate di calore e delle invasioni di insetti. Tutti questi eventi costituiscono dei costi economici. Le cosiddette esternarlità, pagate non dall’impresa ma dalla collettività. In un secondo tempo, però, li paga anche l’impresa questi costi, basti pensare all’industria dell’alimentare, ai prodotti della “foodvalley”…E’ una questione di scala dei tempi. Se noi vogliamo guardare a dei tempi brevi, che sono i tempi dell’economia, non c’è interesse a cambiare modo di agire. Se noi guardiamo a dei tempi che sono un po’ più lunghi, non dico dell’ordine di quelli geologici e nemmeno di quelli di una vita umana, ma semplicemente dell’ordine dei ritmi della natura, del succedersi di un po’ di decenni. A lungo termine il beneficio economico che abbiamo oggi a sviluppare un certo tipo di società, di economia e di crescita (dopo le faccio un esempio concreto), sarà pagato, e anche molto caro, dalle generazioni future o da altri popoli. Le risorse sono la base dello sviluppo economico, sono in quantità limitata e sono un capitale. Se noi le sfruttiamo tutte in un tempo veloce, chi verrà dopo non le avrà. Tra l’altro le conseguenze dell’uso di queste risorse, che sono l’inquinamento, i rifiuti, si ripercuotono anche negli anni a venire. E’ una questione dovuta a leggi naturali, nulla si crea e nulla si distrugge, da cui non possiamo prescindere.Mi dicevi di un esempio concreto di crescita non sostenibile…Io vivo a Campogalliano. Stamattina sono sceso in strada e ho visto una cosa che mi ha lasciato allibito, una cosa piccola, se vogliamo, ma emblematica. Una serie di ruspe stava scavando lungo la strada. Ho pensato che stessero facendo dei lavori alle fognature, oppure degli allacciamenti alla linea veloce per usare internet. Stavano invece posando dei cavi elettrici, perché a breve verrà aperto un centro estetico il quale ha bisogno di più corrente. Con delle ruspe si è dunque dovuto andare ad aprire una strada per consentire a delle lampade abbronzanti di funzionare. Lampade che non servono a niente, sono anzi pericolose, e di cui potremmo benissimo fare a meno.

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