Crisi: Modena sul filo del rasoio


VENERDI’ 11 SET 2009 – "Il peggio non è affatto passato. I prossimi mesi saranno più duri di quelli d’inizio anno". Donato Pivanti, segretario generale della Cgil di Modena, non sceglie mezzi termini per descrivere le settimane che ci attendono. La crisi è totale, coinvolge tutti i settori produttivi della provincia, a cominciare dal ceramico e dal meccanico, totalmente fermi. Le aziende sono sospese su un filo sottilissimo, in attesa che gli ordinativi ripartano e che si ritorni a respirare, con la mannaia della restrizione del credito da parte delle banche pronta a calare sulla loro testa.Ad un anno esatto dal crollo finanziario che ha dato il via alla recessione, gli effetti della crisi sull’occupazione sono ben visibili: aziende storiche modenesi come la Maserati e la EmilCeramica lasciano a casa i propri lavoratori. Simboli cittadini come il ristorante Fini chiudono i battenti. Altre imprese sono spacchettate e vendute a compratori stranieri, le cui attitudini nei confronti dei lavoratori emiliani sono ancora imperscrutabili. E i segnali di ripresa sono troppo deboli, così gli ultimi quattro mesi del 2009 potrebbero rivelarsi ancora peggiori.Com’è la situazione all’inizio di questo settembre?Veniamo da un agosto pesantissimo: la cassa integrazione autorizzata, quindi esclusa quella in deroga, a Modena è superiore a quella di luglio. Dall’inizio dell’anno, tra ordinaria e straordinaria, a Modena e provincia siamo intorno ai 5 milioni di ore di CIG.Quanti lavoratori vi accedono?Adesso sono 20-25mila, anche se ovviamente non tutti a zero ore. Con i settori più colpiti il meccanico e la ceramica, che sono poi quelli trainanti…A proposito della ceramica, la situazione è buia in tutto il settore?La ceramica continua a registrare un calo di ordinativi, con una contrazione tra il 30 e il 35%. Ha subito l’effetto del capitalismo finanziario speculativo e della crisi internazionale dei mutui, in America e in Spagna. La produzione italiana recupera quote di mercato, ma diciamo a livelli più bassi. E a fine settembre arriva il Cersaie…Sarà uno dei punti nodali. È evidente che il settore dovrà ripensare in parte se stesso, si può davvero ragionare su un nuovo modo di produrre. La qualità e l’internazionalizzazione devono restare, ma la ceramica è un forte utilizzatore di energia, dal gas all’acqua all’elettricità. Si apre ora una grande possibilità di pensare a forme vere di risparmio energetico, dal punto di vista della produzione, con i motori a dispersione zero e l’uso degli atomizzatori. Questo servirebbe anche a dare una spinta al settore meccanico, per evitare che le imprese si vadano a cercare i motori altrove, magari in Germania. A ciò si aggiunge la possibilità di utilizzare la ceramica anche per altre cose: penso ad esempio alle ceramiche capaci di assorbire energia elettrica. Un bel trio ceramica-meccanica-costruzioni, molto interessante da sviluppare.La volontà imprenditoriale e le risorse finanziare per tutto questo ci sono?La volontà di resistere alla crisi c’è sicuramente. Ovviamente il settore ha difficoltà finanziarie: da tempo i magazzini sono pieni. Bisogna evitare che siano le banche a decidere chi sta in piedi e chi no.Come giudica la situazione della provincia di Modena rispetto al resto della regione?Modena sta reagendo un po’ meglio di Bologna e Reggio Emilia, ma siamo all’1% in meno di calo di produzione e l’1% in più di esportazione… Non sono certo dati positivi in assoluto! In generale però, dopo i primi scontri all’inizio dell’anno, penso all’Iris, all’EmilCeramica e a Terim, le imprese hanno assunto un atteggiamento diverso: non siamo di fronte ad attacchi massicci all’occupazione, anche grazie all’adesione di Confindustria all’accordo con la Regione. C’è il rischio di chiusura di qualche azienda che non ce la fa, che ha problemi di liquidità, perché le banche non stanno aprendo i cordoni. Sarebbe pericolosissimo, però, se le imprese decidessero di equiparare l’occupazione ai dati produttivi: lo scontro sociale diverrebbe inevitabile.A tal proposito, abbiamo assistito negli ultimi tempi, dopo il caso dell’Inse di Milano, a forme di protesta plateali e anche rischiose a volte, dall’occupazione dei tetti allo sciopero della fame alla Cnh di Imola. Sono forme di lotta legittime oppure non servono?Io credo che dobbiamo ragionare su come sono state trattate le notizie sul mondo del lavoro. I metalmeccanici, in occasione degli ultimi due rinnovi del contratto nazionale, hanno dovuto una volta occupare la stazione di Bologna, un’altra bloccare le autostrade. Le persone si sentono lasciate sole, capiscono che sulla loro situazione l’attenzione non c’è. A me dispiace quello che ha detto Cofferati sulla Cnh: avrebbe dovuto sapere che lo sciopero della fame non è caduto dal cielo, che ai cancelli c’era il presidio da due mesi. Ma di quel presidio, che riguardava una grande azienda, i giornali sono arrivati a parlare solo di fronte all’iniziativa di un singolo che ha preso una decisione drastica. E neanche all’Inse fu un’iniziativa estemporanea: prima di salire sulla gru gli operai le avevano provate tutte. La vera domanda è: quando sarà di nuovo messo al centro dell’attenzione il lavoro?Tornando ai lavoratori in difficoltà, quanti dei 20-25mila in cassa integrazione sono stranieri?Gli stranieri hanno pagato un prezzo altissimo soprattutto in edilizia. I dati sulla cassa integrazione sembrano contenuti (17.352 ore autorizzate tra CIGO e CIGS nel 2009, ndr), ma bisogna ricordare che le imprese fanno riferimento per lo più alle casse edili, che non sono conteggiate. Inoltre, molti lavoratori sono stati costretti a prendere la partita iva, o peggio a lavorare in nero, quindi la situazione è molto più difficile di quanto non sembri. Anche nella aziende di produzione, i cittadini stranieri hanno subito per primi gli effetti della crisi: penso ad esempio alla fase iniziale, quando migliaia di lavoratori interinali o a contratto sono stati lasciati a casa. E’ stato emblematico, poi, il caso Maserati.Ad oggi, quante persone sono totalmente senza lavoro per colpa della crisi?Il dato della disoccupazione è allarmante. A fine agosto le domande dei tesserati Cgil sono circa 12mila e rappresentano circa il 55% del totale (quindi il numero complessivo supererebbe le 20mila unità, ndr). Di queste, 1600 sono domande di disoccupazione agricola (numero stazionario), 3.000 domande di CIG a requisiti ridotti e 7.000 per disoccupazione ordinaria. Prendendo solo questi ultimi due numeri, abbiamo circa 6.000 persone in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Bisogna ricordare poi che la disoccupazione non è neanche una risposta esaustiva: basti pensare che non tutti hanno maturato i requisiti per fare la domanda del sussidio. È facile pensare che nel 2010 circa 4-5.000 persone in provincia non avranno alcuna fonte di reddito.La situazione può peggiorare ancora? Quali sono le aziende più esposte?Bisogna capire cosa succederà nella ceramica e in diverse aziende meccaniche, a partire proprio dal mondo Fiat. Certo, la Ferrari non è a rischio chiusura, ma so che non darà la stessa risposta occupazionale degli anni precedenti. Alla Maserati sappiamo cosa è successo, con il dimezzamento della produzione. Poi c’è la storia, che va monitorata, della presenza dei fondi. Quella dei fondi internazionali è una presenza importante nel modenese?Negli ultimi anni l’imprenditoria modenese ha venduto una parte consistente delle aziende ai fondi. Fini è il caso più eclatante di insana imprenditoria modenese: prima fa uno spezzatino dell’azienda e poi la vende, prima a Malgara, poi all’Aceto Ponti, poi alla Kraft, poi al fondo della Louis Vitton. Ognuno porta via dei pezzetti e l’azienda resta ferma. Dove sono stati investiti questi soldi? Poi sappiamo cosa è successo anche all’Hotel della sorella Fini…Ci sono altri casi?Tante altre famiglie che hanno venduto le imprese ai fondi: la Motovario, in parte la Marazzi, le tante imprese che hanno venduto quote alla Fondazione Bosch, che ormai impiega nel modenese circa 1.200 lavoratori. Penso alla Rossi, venduta per intero a un fondo svizzero. Penso all’accordo di Cremonini con un’importante multinazionale brasialiana…Secondo lei i fondi internazionali danno meno garanzie a livello occupazionale?Bisogna capire innanzitutto che intenzioni hanno. Abbiamo già avuto un esempio negativo: la nuova Fime di Fiorano, azienda importantissima venduta negli anni scorsi a un fondo olandese, è stata completamente svuotata. Non vuol dire, ovviamente, che siano tutti così, ma sappiamo che sono lì per effettuare guadagni, quindi non forniscono una tutela "automatica" del lavoro. E bisogna considerare anche che a ciascuna di queste aziende sono collegate tante altre, che producono prodotti intermedi… Non tutti gli esempi sono così: la Tetrapack, azienda svedese presente qui da tempo, ha fatto una scelta industriale e ha capito che questo territorio può essere importante. Quello che ci interessa è che, di fronte alla crisi, questi soggetti siano disponibili a cercare soluzioni che preservino imprese e lavoratori.

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