Crimini di guerra


3 APR. 2009 – Vittorio Arrigoni è un attivista per i diritti umani che fa parte dell’International solidarity movement. Tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009 ha raccontato quotidianamente gli sviluppi della sanguinosa offensiva israeliana “Piombo fuso” contro la Striscia di Gaza. La sua è stata l’unica testimonianza diretta di un assedio che, in tre settimane, ha causato 1450 morti tra la popolazione palestinese, 420 dei quali erano bambini. Arrigoni ha deciso di riunire gli articoli che ha scritto nei giorni del massacro in un libro dal titolo “Restiamo umani”, uscito per la manifestolibri, e di destinarne i proventi al Palestinian Center for Democracy and Conflict Resolution, che ha aperto lungo la Striscia una serie di centri per bambini feriti o traumatizzati dall’attacco in cui si cercherà di restituire loro, attraverso il gioco e la riabilitazione, una vita il più possibile normale.viaEmilianet ha raggiunto telefonicamente a Gaza Vittorio Arrigoni per fare il punto sulla situazione, ora che anche l’Onu condanna i crimini di Israele e che il governo di Tel Aviv sta cambiando padrone. Ma soprattutto perché, come lui stesso dice, “anche se in teoria dal 18 gennaio sono finite le ostilità, in realtà da quella data sono già morti 19 palestinesi”.Lunedì 30 marzo il Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha presentato, a distanza di mesi dalla fine dell’operazione Piombo Fuso, un rapporto che chiede un’indagine per stabilire se l’azione dell’esercito israeliano possa costituire un crimine di guerra. Questo dopo che anche vari giornali come Haaretz e il Guardian hanno accusato i militari di aver usato bambini come scudi umani e di aver colpito la popolazione civile e persino i medici e le ambulanze. Non è il caso di dire: ve l’avevamo detto?Si dice che in guerra la verità è la prima vittima. Non è mai stato così vero come qui a Gaza durante le tre settimane di massacro. Noi attivisti per i diritti umani lo avevamo detto, e non eravamo i soli. La Croce Rossa Internazionale ha più volte confermato gli attacchi ai suoi convogli e alle ambulanze. John Ging, che dirige l’Unrwa, l’Agenzia per i profughi palestinesi, ed è in pratica il capo dell’Onu qui a Gaza, ha riferito più volte ciò che noi descriviamo: attacchi indiscriminati ai civili con armi proibite. Il fosforo bianco era la consuetudine, ogni notte vedevamo le bombe passare sopra di noi. Noi l’avevamo detto. E ora viene fuori anche dall’altra parte. Perchè, oltre a Haaretz, anche i soldati iniziano a dire che la loro regola d’ingaggio era sparare a qualsiasi cosa che si muovesse. E di questo noi siamo stati testimoni più volte. Penso all’ospedale Al Quds, qui a Gaza City, da dove abbiamo visto scene di palazzi bombardati dall’aviazione, gente che fuggiva in preda al panico e cecchini che sparavano a civili, donne e bambini in fuga da palazzi in fiamme. Questa è stata la prassi dell’esercito israeliano, come d’altronde lo sono gli scudi umani. Un amico mi ha raccontato che i soldati sono arrivati nel suo condominio e hanno detto a suo padre di girare casa per casa e riferire di evacuare, cosa che lui ha fatto. Ma ad un certo punto lo hanno preso, se lo sono messo davanti e sono andati direttamente loro negli appartamenti con un fucile appoggiato sulla sua spalla. Se i militari avessero trovato un membro della resistenza palestinese che sparava, il padre del mio amico sarebbe morto. Ma ci sono anche dei video, facilmente reperibili su Internet, che dimostrano come questa pratica sia usata anche nella West Bank, verso Nablus, e coinvolga spesso i bambini. L’offensiva è stata considerata parte della campagna elettorale israeliana. Elezioni che si sono concluse con l’accordo tra il Likud di Netanyahu e i laburisti di Barak per un governo di unità nazionale che, a parole, nasce sull’ipotesi di una pace globale in Medio Oriente ma che, nei fatti, ingloba anche l’estrema destra. Quali sono le prospettive che si apriranno in Palestina con l’insediamento di questo nuovo esecutivo?Io, dal mio punto di vista di italiano a Gaza, sono parecchio scandalizzato dal fatto che questi partiti di destra – o, meglio, di estrema destra – parlino apertamente di pulizia etnica e disconoscano qualsiasi trattato internazionale o risoluzione dell’Onu. Ma in realtà, parlando con la popolazione locale, non è che questo risultato scandalizzi più di tanto. Anzi, c’è chi dice che l’esito delle elezioni israeliane è un bene. I palestinesi vedono di buon occhio un governo di estrema destra, anche se con un ministro degli esteri razzista come Lieberman, perché sono convinti che mostrerà all’estero la vera faccia di Israele.Poi, comunque, se paragoniamo il precedente governo Netanyahu a quello uscente, in cui il laburista Barak era ministro della difesa e non ha esitato a scaricarci addosso un milione e mezzo di chili di bombe in tre settimane, non vedo molta differenza. Probabilmente gli abitanti di Gaza sono dei sofisti, dopotutto qui sono 60 anni che cambiano i governi israeliani ma non cambia la situazione sul terreno. E se cambia, cambia sempre in peggio.Tra i numerosi abusi da addebitare all’esercito israeliano c’è anche la violazione della libertà di informazione. Per tre settimane centinaia di giornalisti di tutto il mondo non sono potuti entrare a Gaza e hanno potuto riferire liberamente solo degli attacchi palestinesi nel sud di Israele. Tu invece eri lì. Che esperienza è stata?Durante le tre settimane di massacro, noi attivisti dell’International solidarity movement ci siamo dovuti reinventare cronisti. E’ stata una cosa necessaria, se pensiamo che tra gli obiettivi dei bombardamenti ci sono stati i ripetitori dei cellulari e alcune reti satellitari, e soprattutto che i giornalisti internazionali non hanno avuto accesso a Gaza. Ma non siamo stati cronisti spettatori, bensì cronisti protagonisti, visto che eravamo impegnati sulle ambulanze della mezzaluna rossa lungo tutta la Striscia. Eravamo una decina di volontari, distribuiti nei principali ospedali, da Gaza City a Jabalia a Rafa. E abbiamo riferito la verità dei fatti – vale a dire quello di cui eravamo testimoni e compartecipi, una strage di massa dei civili – con i mezzi che erano a nostra disposizione, in situazioni di assoluta precarietà. Io, per esempio, scrivevo su un taccuino sgualcito, spesso su un’ambulanza a sirene spiegate o dentro palazzi scossi dai bombardamenti, oppure su computer di fortuna. Ma molti media importanti mi chiamavano dall’estero, dall’Italia scrivevo per il manifesto e sono stato contattato alcune volte da Radio Rai, Raitre, Rainews24. Mi facevano molto specie, in quei giorni, le telefonate quotidiane dei nostri consolati, che ci invitavano a evacuare la Striscia e addirittura preparavano macchine protette che avrebbero accompagnato me e i miei compagni direttamente in Giordania e da lì in Italia. Si aprivano i valichi in uscita e non in entrata, mentre c’erano centinaia di giornalisti, ma anche di medici e infermieri, che avrebbero voluto venire a dare supporto ai loro colleghi. Tu concludi tutti i tuoi articoli con la frase “Restiamo umani”, che hai scelto anche come titolo del tuo libro. Da dove nasce questa esortazione?Questa esortazione è in un invito, dinnanzi ad una barbarie terrificante come quella che abbiamo subito, a ricordarsi della natura dell’uomo. Io personalmente non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, dalle differenze etiche, religiose, culturali e linguistiche, apparteniamo tutti alla stessa famiglia, che è la famiglia umana. Per cui il lutto di innocenti, che avvenga in Congo, Afghanistan o Iraq come qui in Palestina, dovrebbe riguardarci tutti come un lutto personale. Tiziano Terzani diceva che il cuore, indipendentemente da dove siamo nati e da dove viviamo, ce l’abbiamo tutti dalla stessa parte e pompa del sangue che ha sempre lo stesso colore. Solo immedesimandoci nel dolore – penso alle madri ritratte nella copertina del mio libro -, possiamo quindi arrivare ad avvertire la brutalità di un’ingiustizia come quella che abbiamo subito e mobilitarci affinché tutto questo non si ripeta. Alla fine, questo mio libro è un progetto verità. Diffondendo verità si restituisce giustizia ai morti e ai feriti a morte di questa strage.La tua corrispondenza da Gaza inizia e finisce con te che scruti il panorama del porto di Gaza city che puoi ammirare dalla finestra di casa tua. Solo che dopo l’attacco il panorama è mutato e – tu dici –  “non riconcilia più il morale affranto dalla miseria di una vita sotto l’assedio israeliano”. Com’è cambiata, nella quotidianità la vita di chi è sopravvissuto a Piombo fuso?La prima, grande differenza sono le tracce indelebili che si possono contare nei corpi dei 1450 morti, dei 6000 feriti e dei 420 bambini uccisi. E poi c’è il cambiamento fisico, rappresentato dalle rovine che ci circondano. Io dalla mia finestra vedo la stazione dei pompieri, che è stata completamente distrutta per impedire di spegnere i numerosi incendi che hanno ridotto il porto in macerie. Il panorama è mutato e non riconcilia più, perché l’assedio, dopo il 27 dicembre, è stato ancora più efferato. Bisogna ricordare che, nell’anno e mezzo precedente a questi ultimi attacchi aerei e di terra, i valichi sono stati chiusi, e ciò ha comportato la completa distruzione dell’economia palestinese. La disoccupazione era al 60% e il 47% dei bambini soffriva di anemia. Ma dopo il massacro le maglie si sono ulteriormente strette. Oggi, per esempio, scrutavo il mare e vedevo i pescherecci. Nonostante le leggi internazionali sanciscano la sovranità palestinese sulle acque fino a 20 miglia dalla costa di Gaza, prima di Piombo fuso le imbarcazioni non potevano andare oltre le 6 miglia, altrimenti venivano attaccate dalla Marina. Oggi siamo arrivati a 3 miglia, una distanza dalla quale gli attacchi delle navi da guerra israeliane ai pescherecci risultano ormai ben visibili. Per cui viene meno la prospettiva di un mare che può dare la libertà, l’idea – anche se illusoria – che possa essere un luogo aperto. Inoltre, alla fine dell’attacco, l’esercito israeliano ha trasformato un chilometro all’interno del confine israelo-palestinese in zona militare inaccessibile. E un chilometro, nel territorio di Gaza, è una distanza enorme, se si pensa che in alcuni punti la larghezza della Striscia è di appena un chilometro e mezzo. In questi giorni, con l’Ifm andremo ad ascoltare agricoltori palestinesi che cercheranno di andare a coltivare le loro terre a circa 500 metri dal confine. Questi contadini devono avere la possibilità di raccogliere quello che hanno seminato nei mesi scorsi, hanno speso tutti i loro fondi per coltivare queste terre. Noi ci andremo, anche se purtroppo la nostra presenza internazionale ultimamente non funge più da deterrente come prima. Due settimane fa infatti, alla presenza di 10 volontari dell’Ifm, i militari hanno gambizzato un contadino durante un’azione. L’ultima volta hanno sparato anche verso di me. E non si trattava di metri, ma di centimetri.

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