Crac Parmalat, Tanzi chiede perdono ai truffati


MILANO, 20 APR. 2010 – Chiede perdono, ma allo stesso tempo addita la colpa del crack nuovamente contro le banche. E’ un Calisto Tanzi che vuole ispirare commiserazione quello che si è visto oggi a Milano al processo di appello che lo vede imputato, insieme ad altre persone, per aggiotaggio. L’ex re del latte era atteso per delle dichiarazioni spontanee. In primo grado la condanna inflittagli è stata di dieci anni. Il tentativo di Tanzi è di scaricare la responsabilità del default sul mondo finanziario, e cioè su quei "grandi signori della finanza e dell’organizzazione aziendale – ha spiegato l’imprenditore – che ci hanno additato come modello prima, per poi demonizzarci come truffatori".Una parte della deposizione parla delle condizioni di salute di Tanzi, che si sente "più che mai solo". Ma a farlo soffrire sono anche "problemi ischemici": "A volte mi manca la parola, non trovo il ricordo, il mio cervello si ribella, mi abbandona, il mio fisico cede", sono state le parole dell’ex patron. La vicenda Parmalat, ora, è come se lo schiacciasse, ha detto sottolineando di proseguire grazie agli appigli della fede e della speranza. A chi a causa del crack ha sofferto senza colpa, Tanzi ha chiesto perdono, ribadendo di aver messo a disposizione di chi si aspetta dei risarcimenti molti beni, "anche estranei alle vicende", e parte del patrimonio di famiglia. Nonostante i problemi alla testa che non gli permettono di mettere a fuoco bene gli eventi passati, su di una cosa è sicuro Tanzi: il ruolo cruciale nel crack rappresentato dalla finanza. Ad averlo fuorviato nelle scelte risultate poi catastrofiche, sarebbe stata secondo lui la "vera e propria coda di finanziatori" fuori dalla porta del gruppo di Collecchio. Tanzi ha voluto "ribadire con fermezza che soltanto la consapevolezza che mi derivava dagli elementi" di conoscenza "da parte degli istituti di credito delle reali condizioni finanziarie del gruppo Parmalat, mi ha indotto a continuare in un’attività, commettendo un errore di valutazione". L’imprenditore ha aggiunto che invece sarebbe servito "un decisivo intervento di ripianamento". E ha proseguito ammettendo "di essere stato fuorviato dall’idea dell’espansione" e "spinto a credere che tutto fosse possibile".Poi, rivolto ai giudici, ha detto: "Ma non attribuitemi certo la capacità da solo di partorire un default di miliardi di euro, per effetto di un’occhiata di mezz’ora qualche volta all’anno a quattro dati ed all’invito a migliorare i risultati".

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet