Comuni, le mani al portafoglio (titoli)


BOLOGNA 13 OTT. 2010 – Vendere o non vendere azioni di aziende di servizi pubblici? Questo il dilemma dei comuni che non sanno come far quadrare i propri bilanci. Le voci di spesa da alimentare sono tante. C’è il welfare, le scuole, cantieri di opere pubbliche già avviati e da avviare. E poi c’è da andare in aiuto alle famiglie dei lavoratori e alle imprese falcidiate dalla crisi. Ma un modo semplice per sbarcare il lunario c’è: vendere quote di partecipazione nelle multiutility, conosciute anche come ex-municipalizzate. Recentemente a praticare questa strada è stato il Comune di Modena, che alla fine di settembre ha venduto alla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena azioni di Hera per il valore di 17 milioni di euro. Una decisione giustificata dal sindaco Pighi citando quella palla al piede dei Comuni che è il "patto di stabilità", vale a dire la preclusione, voluta da Tremonti, all’indebitamento anche per quegli enti locali che solide spalle e conti in ordine.Tutto vero. Così come è vero, però, che una volta venduti, i gioielli di famiglia, è praticamente impossibile un domani andarli a riacquistare. Senza dimenticare che per mettere a posto il bilancio di un anno o due si mette sul mercato un pezzo di un patrimonio con decenni di storia e proprietà di tutti i cittadini. I comuni, poi, dalle azioni delle multiutility ricevono ogni anno cospicui dividendi che sono per le loro casse una boccata d’ossigeno. Un aspetto che non è sfuggito a una ricerca dell’istituto Nomisma sulla produttività delle public utilities in Emilia-Romagna. Per quanto riguarda Hera, che appartiene ai comuni per il 61%, gli utili da questi ottenuti sono stati pari a 163 milioni (19% delle loroentrate extratributarie).Prima di Modena a vendere una fetta della locale azienda di servizi gas, acqua e rifiuti, era stato il Comune di Carpi. Trentacinque i milioni di euro entrati nella cassa della giunta guidata da Enrico Campedelli in cambio della cessione del 40% delle azioni di Aimag possedute dall’ente locale. Ora a seguire l’esempio potrebbe esserci il Comune di Bologna. Tra chi storce il naso nel guardare questa nuova (non tanto) moda di vendere i gioielli di famiglia, c’è la giunta dell’Emilia-Romagna. Il sottosegretario alla presidenza Alfredo Bertelli rispondendo a un’interrogazione da parte di un consigliere del gruppo Sel-Verdi, ha parlato di "efficacia relativa" di tali decisioni di vendita. Aggiungendo il problema delle "implicazioni che possono avere sia sulla solidità futura dei bilanci degli enti, sia sugli assetti proprietari delle spa che gestiscono servizi pubblici".Su quest’ultimo punto, gli assetti proprietari, pende la spada di Damocle del decreto Ronchi, che per gli enti pubblici potrebbe voler dire la riduzione a un non più del 30% della quota di multiutility in mano pubblica. Una legge che ha ripercussioni anche sull’attuale valore delle azioni di Hera in borsa. Come sottolineato da Daniele Manca, sindaco di Imola e presidente delpatto dei Comuni: "Con questa legge il titolo azionario è destinato a svalutarsi e noi non vogliamo certo svendere il nostro patrimonio costruito in tanti anni di investimento."

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet