Clima, les folies d’Italie


21 OTT. 2008 – A Lussemburgo i ministri dell’Unione Europea si stanno confrontando sulle misure e sulle tappe per raggiungere la stabilizzazione dei cambiamenti climatici. Provvedimenti che rientrano nel cosiddetto pacchetto clima-energia. Nel corso di questo negoziato tra i 27 paesi europei, l’Italia sta facendo la figura dell’alunno indisciplinato e svogliato. Sa di non avere fatto i compiti (riduzione dei gas a effetto serra) e chiede un rinvio per la consegna, cercando giustificazioni (la recessione) e appoggio negli altri “ultimi” della classe (Romania, Bulgaria, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania).“Stiamo andando malissimo su Kyoto – ha affermato il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo – abbiamo un trend di crescita delle emissioni del 13% invece di una diminuzione del 6,5%”.L’intenzione del governo italiano è quella di chiedere un rinvio dell’attuazione degli obiettivi fissati dal piano europeo dei 20 – 20 – 20 (20% in più di efficienza energetica, 20% in meno di emissioni inquinanti e il 20% di energia tratta da fonti rinnovabili entro il 2020).Per parlare dell’atteggiamento e della linea tenuta dal nostro Paese in materia di clima abbiamo incontrato un parlamentare europeo, Vittorio Prodi. Ex presidente della Provincia di Bologna, attualmente Prodi ricopre la carica, sempre per il Parlamento europeo, di vicepresidente della commissione sul cambiamento climatico. Professore, il ministro per la Pubblica amministrazione e l’Innovazione Brunetta ha detto che “l’Europa ha poco da bacchettare perché 20-20-20 è una follia. Per le imprese e per i Paesi”… E’ una follia la sua affermazione. Il riscaldamento globale è una dura realtà il cui processo va avanti, anche se c’è la recessione. Va dunque affrontato con decisione e senza perdere tempo. Secondo le stime del governo Italiano, i costi per ridurre le emissioni di Co2 sarebbero, per il nostro Paese, più del doppio di quelli stimati da Bruxelles, qualcuno si sbaglia a contare? Si tratta di stime. In realtà il costo potrebbe risultare anche meno di quello indicato dall’Unione Europea. Ad ogni modo, anche se fossero veri i conti del governo italiano, questi non tengono conto del fatto che si tratta di risorse che non vengono spese all’esterno ma rimangono in Italia. Si tratta di risorse destinate a investimenti strategici che riguardano la messa in atto delle energie rinnovabili. Di investimenti a lungo termine che tengono conto di questioni enormemente importanti e allo stesso tempo convergenti. Primo, la mitigazione del riscaldamento globale. Secondo, la diminuzione dell’uso di fonti fossili, le quali stanno raggiungendo livelli di scarsità. E, in ultimo, ci sono considerazioni di tipo geopolitico: l’Italia ha una soggezione troppo alta verso i paesi produttori di petrolio e di gas naturale. Un problema a cui va trovato un rimedio. Rimedi che avranno, tra l’altro, effetti benefici sulla recessione, non è così? Lo sforzo che viene richiesto, oltre a risolvere i problemi enunciati prima, è di tipo antirecessivo ed è di fondamentale importante in questo periodo. Le risorse per raggiungere gli obiettivi sul clima e l’energia, lo ripeto, rimarranno per la maggior parte in Italia e potranno essere spese proprio per l’efficienza energetica e per lo sviluppo delle energie rinnovabili. Non tenere conto di questo aspetto significa essere, per il governo, gravemente incoerente anche con ciò che dice Tremonti, il quale ha parlato di politiche di deficit spending e di tipo keynesiano per fare ripartire la nostra economia. Anche per questo le osservazioni di Brunetta sono prive di fondamento. L’intenzione del governo sembra invece quella di accodarsi ai paesi dell’est, da poco entrati nell’Unione, per fare la stessa richiesta di posticipo di un anno delle decisioni sulle misure da prendere. L’Italia che figura ci fa di fronte agli altri paesi fondatori dell’Unione? Una figura che doveva essere evitata. Noi, in Parlamento, ci opporremo a questi ritardi che non sono giustificati. Essere rispettosi dei percorsi stabiliti è anche nell’interesse dell’Italia. Berlusconi ha paragonato il mercato delle emissioni (l’Ets, Emission trading scheme) ai mutui subprime. Il tutto per dare a questo stumento una connotazione negativa… E’ una pura follia. Con il protocollo di Kyoto abbiamo già visto che è fattibile l’idea che sia un meccanismo di mercato a stabilire i mezzi meno costosi e più rapidi per arrivare a una diminuzione di emissioni dei gas a effetto serra. L’accostamento fatto da Berlusconi è del tutto improprio, non sta in piedi. Il capo del governo dovrebbe essere abbastanza sensibile da astenersi da dichiarazioni di questo tipo, che hanno sempre e solo lo scopo di gettare la colpa su qualcun altro. A proposito di far ricorso alle colpe di qualcun altro, il ministro Prestigiacomo ha detto che non ha senso che l’Italia si faccia carico dell’inquinamento del mondo “quando a sfilarsi da Kyoto sono stati paesi come gli Stati Uniti…” Non è vero nemmeno questo. Gli Stati Uniti, dopo una lunga e dolorosa gestazione, sono arrivati alla conferenza di Bali prendendo due decisioni molto importanti. Primo hanno convenuto che siano le Nazioni Unite l’ambito appropriato per il negoziato sul clima. Secondo, hanno loro stessi ammesso che il riscaldamento globale è un fenomeno reale, grave, imminente e dovuto all’attività dell’uomo. Le premesse perché gli Stati Uniti partecipino al processo globale sulla disciplina delle emissioni dei gas a effetto serra ci sono. Al Parlamento europeo stiamo lavorando affinché il negoziato sul clima possa avere successo. Sarà una data storica il giorno in cui tutti i paesi europei dovranno ammettere che nessuno può fare da solo. A giudicare dalle loro parole, i nostri ministri non sembrano molto propensi a collaborare… Trovo molto gravi queste esternazioni di membri del governo nei confronti della Commissione e anche del Parlamento europeo. Ci si dovrebbe, al contrario, preoccupare di più di una continuità nell’amministrazione pubblica, che va dal Comune alla Provincia, dalla Regione allo Stato per finire con l’Unione Europea. L’Europa è uno strumento indispensabile per permettere di affrontare e governare con qualche successo la globalizzazione. Perché per farlo ci vuole un soggetto che sia vicino a coloro che decidono, cioè gli Stati Uniti, la Cina, l’India, il Brasile.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet