ClandestiNO


2 LUG. 2009 – Tutto è nato insieme alla consapevolezza che "i mezzi di informazione rischiano di svolgere un ruolo attivo nel fomentare diffidenza e xenofobia". Il casus belli è stato il trattamento riservato lo scorso anno ai rom, protagonisti di singoli episodi di cronaca nera puntualmente enfatizzati e stigmatizzati. Un intero popolo, considerato violento e criminale, era stato scelto come capro espriatorio, diventando la fonte del malessere di cui soffriva la società italiana. I promotori del gruppo Giornalisti contro il razzismo ci hanno riflettuto su e hanno capito che le distorsioni perpetrate dal mondo dei media avevano dato un contributo fondamentale a quel processo di mistificazione. Preoccupati che i toni e i contenuti di determinati articoli o servizi potessero inasprirsi sempre di più, hanno cercato di "individuare forme d’intervento efficaci per contrastare questa deriva". E il primo passo da compiere in quella direzione è stato riassunto nel titolo di un appello: Mettiamo al bando la parola clandestino (e non solo quella).Alla base di questa idea c’è la scelta di partire dal linguaggio per affrontare temi come l’"etnicizzazione" dei reati e delle notizie, la criminalizzazione dei fenomeni migratori e l’uso di metafore discriminanti. E’ stato così definito un glossario che ha identificato le parole da non utilizzare, ma anche i termini alternativi con cui sostituirle. I clandestini diventano dunque "irregolari", "rifugiati" o "richiedenti asilo". E anzichè qualificarli come extracomunitari, che tra l’altro è anche scorretto sul piano letterale, è meglio fare riferimento alla loro nazionalità. I "venditori ambulanti" non devono più essere chiamati vu cumprà, così come non bisogna definire zingari i "rom e i "sinti". Che, essendo gruppi perlopiù sedentari, non sono catalogabili nemmeno come nomadi.A chi decide di firmare l’appello (è già stata raggiunta quota 239) viene chiesto di impegnarsi a non usare queste parole quando si parla dei migranti, ma anche di partecipare a una discussione pubblica sui termini utilizzati dai media e sui criteri di selezione e trattamento delle notizie. Una discussione che, secondo Giornalisti contro il razzismo, stenta ancora a partire. "I maggiori media sembrano ancora succubi del mondo politico – denuncia il gruppo sul sito www.giornalismi.info – Sono le forze politiche a dettare l’agenda, a definire l’approccio alla questione immigrazione, a stabilirne la rilevanza sociale, a stabilire il linguaggio da utilizzare".L’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna è finora stato l’unico ad avere aderito alla campagna. Inoltre, con lo speciale dal titolo "Media e razzismi", apparso nell’ultimo numero della sua rivista, ha voluto affrontare di petto la questione. Il presidente Gerardo Bombonato ha scritto nel suo editoriale: "Cominciamo dunque dalle parole, dal linguaggio quotidiano, invitando i colleghi a riflettere prima di scegliere i termini da usare nei loro articoli quando trattano dei problemi dell’immigrazione, evitando vocaboli impropri, superficiali che contribuiscono a incrementare l’ansia e l’allarme sociale. Evitiamo il conformismo colpevole di certi resoconti".Manca invece, nella nostra Regione, una presa di posizione equivalente a quella del governatore toscano Claudio Martini, che ha dato il suo appoggio all’iniziativa nella speranza di raggiungere una nuova "ecologia del linguaggio". "Clandestino è un termine palesemente inappropriato – ha spiegato – si riferisce a qualcosa di nascosto, ad un’attività che si compie in segreto. Non lo si può accostare a persone che vivono e lavorano alla luce del sole".

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