“Ci hanno rapiti, picchiati e trattati senza diritti”


ROMA, 3 GIU. 2010 – Un vero e proprio rapimento. Così i sei italiani che erano sulle navi pacifiste attaccate lunedì scorso dalla marina israeliana definiscono il trattamento subito. Specificando di essere stati picchiati, oltre che sulla nave, anche in aeroporto. Il primo degli attivisti a rientrare oggi in Italia è stato il cesenate Manuel Zani. Appena sbacato a Fiumicino si è divincolato dalla marea di giornalisti e cameramen che attendevano davanti alla porta degli arrivi, ed è andato ad abbracciare la sua ragazza. Poi c’è stato spazio anche per parlare della sua esperienza con i cronisti."Non ci sono state concesse telefonate, spesso all’ora dei pasti una quindicina di persone restava senza cibo, la quantità di cibo era molto esigua. Non potendo avere coltelli per tagliare siamo stati costretti a mangiare carote, frutta e verdura con la buccia".Alla domanda di cosa pensa dell’accusa dell’esercito israeliano di essere a bordo di una delle nave che conteneva armi, Zani ha così risposto: "Conteneva unicamente materiale da costruzione: prefabbricati, taniche per l’acqua. E generatori elettrici, perché a Gaza manca l’elettricità. Così come dei cogeneratori che sarebbero serviti a far funzionare dei desalinizzatori per rendere potabile l’acqua marina visto che a Gaza non ci sono falde di acqua potabile".La nave su cui viaggiava Manuel era la 8000. "E’ stata una settimana di grande armonia tra giornalisti e attivisti", ha raccontato. Poi è arrivato l’attacco dell’esercito israeliano. "Abbiamo avuto soldati da una parte e dall’altra che sono saliti per prenderela cabina di comando della nave. Lì gli attivisti hanno cercato di opporsi allo sfondamento delle forze israeliane. Ma la resistenza è durata poco, due minuti sotto le manganellate e sotto il rumore di granate assordanti. I militari poi hanno usato anche le pistole per dare la scossa".L’esperienza più brutta resta però quella in cella. "Ci hanno negato tutti i diritti, a partire da quello di telefonare la nostra ambasciata, oppure casa. Questo non ci è stato permesso nelle 48 ore in cui siamo rimasti prigionieri nel carcere israeliano". La prima telefonata al padre, alla madre alla sorella e al fratello, il videomaker l’ha potuta fare solo ieri sera dopo oltre cinque giorni. "A un certo punto siamo comparsi di fronte a un presunto giudice che ci ha lasciato un foglio scritto solo in ebraico e che nessuno di noi sapeva leggere".Il ritorno di Manuel a Lungiano, il paese dove abita, è previsto per domenica. Ma una delle cose a cui tiene di più Manuel è recuperarei suoi strumenti da lavoro. "Avevo con me 10mila euro di attrezzature – ha raccontato – le hanno sequestrate, così come hanno fatto sparire tutto il materiale che avevamo prodotto, comprese le riprese dei momenti dell’assalto alla nave".

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