Chi ha ucciso il porta a porta?


REGGIO EMILIA, 19 AGO. 2010 – Sembrava una strada obbligata, invece, una volta imboccata la via della raccolta differenziata porta a porta, Reggio Emilia ha deciso di fare marcia indietro. L’estensione della modalità a tutti i quartieri del comune non si farà più, la raccolta domiciliare resterà solo laddove era cominciata in via sperimentale. Un’esperienza avvenuta non senza strascichi di polemiche e lotte tra comitati pro e contro il differenziato "spinto". A mettere la marcia indietro è stato il sindaco Graziano Delrio al quale spetta anche la delega all’ambiente.Sono lontani i tempi in cui l’assessore che ricopriva tale carica prima di lui andava sul palco di uno spettacolo di Beppe Grillo a illustrare i buoni risultati ottenuti nei quartieri pionieri del porta a porta. All’origine della scelta sembra esserci una questione di costi. Raccogliere l’immondizia casa per casa costa di più che fare il giro dei cassonetti in strada. Si parla di prezzi doppi, addirittura tripli. Avere cifre esatte però sembra un procedimento da equipe del Cern di Ginevra.Il vantaggio del porta a porta è di garantire una differenziazione molto più accurata dei rifiuti rispetto a quella che si ottiene con ogni altra modalità. Poco conta se si fa un restyling verdeggiante dei cassonetti in strada chiamandoli ecopunti, oppure se si progettano costosi contenitori a scomparsa. Per quanto riguarda il ridurre la dipendenza da discariche e inceneritori siamo sempre punto a capo. Specie senza politiche di riduzione dei rifiuti alla fonte.Di nuovi impianti di incenerimento, comunque, a Reggio Emilia per ora non ne sono previsti. E quello esistente ha i giorni contati: la sua data di scadenza è fissata a giugno del 2012. Una volta spento, in funzione dovrebbe subentrare un impianto di trattamento meccanico biologico dei rifiuti (il cosiddetto Tmb). Una tecnologia che tratta la spazzatura indifferenziata (ovvero ciò che resta dopo aver messo da parte carta, vetro, lattine, plastica e frazione biodegradabile) a freddo, consentendo, attraverso la separazione della parte umida da quella secca, di ridurre almeno di un terzo il suo volume. Ciò che rimane alla fine del ciclo del Tmb è comunque da smaltire in un qualche modo, ovvero facendo ricorso a una discarica o a un inceneritore. Per questo chi abita attorno all’area dove dovrebbe sorgere il futuro impianto di trattamento meccanico è preoccupato. Il terreno che passerà a Iren, la locale multiutility divenuta transregionale, è abbastanza grande per ospitare anche un nuovo forno. Opzione che Comune e Provincia non hanno escluso ancora del tutto, ma che ragionando un minimo sembra molto improbabile. Per il semplice motivo che nella vicina Parma un inceneritore è già in costruzione e le sue dimensioni sono tali che per funzionare a regime avrà bisogno di "importare" immondizia dalle vicine province.L’ironia della sorte è che come argomentazione portata a sostegno della sua costruzione, l’amministrazione comunale parmigiana aveva indicato gli alti costi che comporta "esportare" i rifiuti a Piacenza e a Reggio Emilia. Così che fra due anni, quando la città ducale avrà il suo fiammante inceneritore, sull’autostrada i camion pieni di pattume ugualmente ci saranno, solo che andranno in senso opposto ad ora.Da vedere, invece, è il senso che prenderanno le tariffe dei rifiuti, di solito indirizzate sempre verso l’alto. Difficilmente diminuiranno a Parma, perché comunque qualcuno il nuovo impianto lo dovrà pur pagare. E nemmeno a Reggio Emilia nessuno si illude di avere qualche sconto, viste le trasferte da pagare all’immondizia. Difficile anche che il nuovo colosso nato dalla fusione di Enia più Iride vada incontro ai cittadini-utenti. Questi ultimi saranno visti con molta lontananza da un gruppo sempre più improntato a logiche finanziarie e di mercato.Grossi interessi si formano anche dietro la costruzione di grandi impianti come può essere un inceneritore. Per questo uno spiraglio a un progetto del genere a Reggio Emilia rimane ancora aperto. L’Emilia Romagna potrebbe così diventare la regione nella quale ogni provincia ha il suo impianto. Per ora solo Parma ne era sfornita. A non sentirne assolutamente la mancanza di certo erano gli imprenditori della cosiddetta Food Valley, che ora si vedono minacciati dall’accensione di un forno a pochi metri dalle zone in cui si fabbricano i prodotti alimentari più pregiati d’Italia.

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