Chi ha paura del kebabbaro mannaro?


REGGIO EMILIA, 16 OTT. 2009 – "Al lupo, al lupo!". anzi, "Al kebabbaro al kebabbaro!". E’ più o meno questo il grido d’allarme lanciato da alcuni abitanti e commercianti di via Emilia Santo Stefano. Alla rosticceria turca all’angolo c’è un via vai di gente che non piace. La sera i clienti si fermano, "a volte ubriachi davanti al locale – dicono sempre quelli del quartiere -, con la luna piena il kebabbaro diventa mannaro, e poi dentro si spaccia coca". Dicerie di cittadini che non tollerano vicini di casa stranieri? Non del tutto. Lunedì scorso infatti un "blitz antidroga" della municipale ha pescato un cliente del locale farsi consegnare una dose di droga. Risultato: tre arresti, tra cui l’esercente, e chiusura del negozio. Due giorni dopo, però, il giudice per le indagini preliminari, Pietro Mondaini, ha deciso di dissequestrare il locale e di rimettere in libertà i tre imputati tunisini. Una decisione che per gli abitanti-autoctoni della via è suonata come uno schiaffo in faccia alle loro lamentele, nonché al lavoro dei vigili. Intanto il titolare della rosticceria "La Kasbah", questo il nome del locale incriminato, se n’è tornato a casa contento di poter riprendere a lavorare. Ma il dissequestro del suo negozio è avvenuto proprio nella giornata più sbagliata. A Parma era in corso l’incontro tra i super sindaci e il ministro Maroni, riuniti per aggiornare la Carta di Parma alla versione 2.0, quella che dovrebbe avere al suo interno la parola "integrazione". Il sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio era là, in mezzo ai colleghi primi cittadini, alcuni del calibro del veronese Flavio Tosi. Venuto a sapere della decisione del Gip reggiano, Delrio si è addirittura confidato sulla questione col ministro dell’Interno. "Adesso lo richiudo io", ha poi sbottato.Detto, fatto. Grazie ai "superpoteri" conferiti ai sindaci un anno e mezzo fa proprio dalla Carta di Parma, con un’ordinanza Delrio ha stabilito la chiusura del kebab. Con grande gioia dei residenti di via Emilia Santo Stefano. Il segnale lanciato ai cittadini è stato, dunque, del tipo: "ecco, vedete? Ora siete più sicuri". "Ghe pensi mi", direbbe qualche carica più in su, purtroppo, del sindaco di Reggio. Ma siamo sicuri che sicurezza sia stata fatta? In fondo anche se il locale fosse rimasto aperto, che danno avrebbe portato al quartiere? Il titolare ha subìto un arresto, è indagato ed è in attesa di un processo. E sappiamo bene come per questi reati la giustizia sia efficiente, molto di più rispetto a condotte fraudolente come il falso in bilancio o l’abusivismo edilizio. Per di più il negozio sta a due metri dalle telecamere di sorveglianza e oltre agli occhi elettronici ha puntati su di sé anche quelli dei vigili urbani. Motivi più che sufficienti per stare in riga.Giustizia è stata fatta allora? Domanda più precisa: il normale percorso della macchina giudiziaria è stato rispettato? No, perché l’ordinanza di Delrio è un atto di forza contro una decisione presa da un Tribunale. Da un potere, cioè, che si chiama giudiziario, in quanto chiamato a giudicare e punire chi non rispetta le leggi. Cosa diversa dal potere che spetta al primo cittadino a cui vanno competenze di tipo esecutivo-amministrativo. Vero è che tra i compiti del sindaco c’è il fare rispettare l’ordine. Ma allo stesso tempo c’è anche il fare rispettare la legge. E la legge dice che in questi casi la decisione di chiudere o meno un locale spetta a un giudice. In questo caso il Gip Mondaini aveva deciso di non convalidare il sequestro del locale, perché al suo interno la perquisizione dei vigili non aveva trovato niente di particolare.

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