Chi dice banca non dice donna


BOLOGNA, 12 GIU. 2009 – In Emilia Romagna 1 impresa su 4 è diretta da donne; un dato importante che tuttavia non basta a dar loro credito. Almeno da parte delle banche. CNA Impresa Donna si è interrogata sui motivi che portano a dire che tra banche e imprese femminili non c’è feeling e lo ha fatto con le autrici di due recenti ricerche sul tema: Francesca Lotti, dirigente del dipartimento economico della Banca d’Italia e coautrice con Alberto Alesina e Emilio Mistrulli di “Do women pay for credit? Evidence from Italy” e Maria Francesca Cesaroni, economista dell’Università di Urbino che ha presentato in anteprima i risultati dell’indagine “Credito e fiducia nell’imprenditoria femminile”. Le ricerche dimostrano che discriminazioni esistono: c’è una minore disponibilità da parte delle banche a concedere finanziamenti e, quando questi vengono concessi, le condizioni di prestito sono più onerose: a parità di un dato strumento finanziario – ha spiegato Maria Francesca Cesaroni – vengono praticate condizioni accessorie diverse (tassi più alti, maggiori garanzie, importi concessi più bassi).Già la ricerca di Alesina, Lotti e Mistrulli aveva evidenziato che le donne imprenditrici pagano un interesse più alto di 30-50 punti base e che a loro viene spesso chiesta una garanzia esterna: se a garantire un donna, il differenziale quasi si raddoppi, mentre se a garantire è un uomo, le imprenditrici pagano un tasso pari a quello dei colleghi imprenditori. Questo differenziale è vero per ogni settore e area territoriale, nel periodo indagato e viene applicato nonostante le imprenditrici falliscano meno dei loro colleghi maschi: l’1,9% contro il 2,2%. Eppure per un’impresa femminile avere soldi resta difficile e costoso. L’indagine su “Credito e fiducia”, evidenzia altri possibili motivi del sospetto per cui le banche guardano con sospetto alle imprese femminili banche e ritenuto fattore di rischio: la mancanza di credit history delle imprese femminili. “ Questa scarsa fiducia fa sì – prosegue Maria Francesca Cesaroni – che le imprese maschili beneficino immediatamente di riduzioni nel tasso , mentre quelle femminili no. Uno scetticismo che le imprenditrici percepiscono chiaramente – come dichiarano nelle interviste dirette effettuate nella ricerca – sentendosi considerate poco credibili, poco competenti dal punto di vista aziendale/finanziario, in pratica di “non essere prese sul serio”.Da dove si origina questa percezione negativa? C’è una insoddisfazione palese nei confronti del sistema bancario; le imprenditrici lamentano l’eccessiva lunghezza dei tempi necessari per ottenere una risposta; la mancanza di chiarezza, la mancanza di continuità nell’interlocutore e quindi la necessità di ricominciare ogni volta il discorso; eccessiva richiesta di garanzie. Problemi questi che si ampliano se l’imprenditrice è giovane. “Le banche pensano che una ragazza di 25-28 anni, non abbia le conoscenze e le capacità di portare avanti un progetto e non si fidano. A dirlo è Paola Sansoni, presidente di CNA Impresa Donna Emilia Romagna – Donne che a loro volta i sentono deluse . Le imprenditrici che si rivolgono alla banca per avere un prestito, un fido si attendono risposte schiette e tempestive, si aspettano consigli sulla forma di finanziamento più idonea rispetto alla loro situazione aziendale e personale e non giudizi, Vogliono fiducia e condivisione e, soprattutto, essere prese sul serio”. Questo stato di cose, oltre a penalizzare le imprese femminili, rischia di avere ripercussioni negative sulle performance delle imprese femminili e sulla possibilità di realizzare pienamente il loro potenziale di sviluppo. Come rompere questa spirale negativa? La presidente di CNA Impresa Donna non ha dubbi: ” offrendo più fiducia e risorse da parte delle banche ma anche fornendo a queste imprese misure di garanzia; rompendo gli stereotipi e migliorando le informazioni sulle forme di finanziamento disponibili e sulle possibilità di accesso al credito”.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet