Che razza di rivolte


22 FEB. 2010 – Il giro del mondo in tre chilometri. Così viene definita via Padova a Milano, il luogo in cui ancora si respira tensione in seguito alla rivolta degli immigrati scoppiata il 13 febbraio scorso. Disordini che si aggiungono alle sommosse di un mese e mezzo fa a Rosarno e che fanno emergere in modo drammatico una domanda di maggiore protezione e legalità. Che proviene in primo luogo non dagli abitanti "autoctoni" italiani, ma dagli immigrati stessi. "Ci si stupisce che ce ne siano così pochi di momenti di scontro, di violenza. Perché sono davvero tanti gli stranieri che vivono condizioni di estremo disagio, e con la crisi la situazione peggiora". A parlare è Laura Balbo, una sociologa italiana esperta di razzismo che ci spiega cosa esprimono questi ultimi scoppi di rivolta."Si tratta di una richiesta di uscita da situazione sotterranee, di illegalità che riguarda tanti aspetti, dal lavoro alla ricerca di una casa. Poi c’è il discorso della regolarizzazione, che passa da un sistema burocratico terribile". Alla carriera accademica Laura Balbo ha affiancato l’impegno nella politica. Una passione che l’ha portata ad essere per due volte parlamentare e a ricoprire l’incarico di ministro delle Pari opportunità durante la parentesi di due anni del governo D’Alema.Si possono paragonare le rivolte di Castelvolturno, Rosarno e via Padova agli scontri di cinque anni fa nelle banlieue di Parigi?In ambedue i casi si tratta di giovani esclusi da una serie di benefici di cittadinanza. A emergere è proprio la scarsa capacità di riconoscere che si tratta di potenziali cittadini e la difficoltà del sistema a modificarsi per accogliere queste persone. Il caso francese ci ha mostrato il sorgere di barriere anche in una situazione molto diversa dalla nostra, proveniente da un’esperienza molto più lunga e con al centro persone francofone e abituate alla cultura francese. Purtroppo dobbiamo ricordarci che nel corso della storia abbiamo sempre vissuto in un mondo in cui coloro che hanno risorse e potere cercano di non farsele portare via da altri.Cinque anni fa hai scritto un libro dal titolo "In che razza di società vivremo". Da allora in Italia, in tema di immigrazione sono successe molte cose, a partire dal pacchetto sicurezza…In effetti in poco tempo sono cambiate molte cose. Noi sociologi ci troviamo in un periodo di mutamenti molto veloci. Tant’è che nelle librerie i nostri libri sono stati sostituiti da quelli scritti da giornalisti. Perché a volte l’arco di tempo necessario al sociologo per analizzare una questione fa sì che una volta finito il suo lavoro la situazione sia già mutata. Per fare un esempio: l’enfasi sul tema della sicurezza si è creata in poco tempo. Se si va su un motore di ricerca e si cerca "immigrazione", si può vedere cha la maggioranza di parole a questa associate sono "paura" e "insicurezza". Ma sono pochi anni che esiste questo legame. Che si è creato in seguito a certi discorsi della politica, alle leggi, un certo tipo di narrazione da parte dei media, radicandosi moltissimo nell’opinione pubblica.Perché a lei non piace la parola integrazione?E’ troppo generica, non vuol dire quasi niente. Nasconde il desiderio di vedere gli immigrati perdere tutta la loro identità per diventare un pezzo di noi, parte della nostra cultura o nazione. Non dobbiamo dimenticarci, invece, che le persone mantengono più di una identità. Non è che uno diventa tutto francese o tutto italiano ecc. Ci sono tante sfaccettature. E per fortuna. Io dico sempre che è noioso, in un mondo che cambia, stare sempre in mezzo solamente a degli italiani.Eppure l’identità nazionale è tornata ad essere sempre più importante. Anzi stiamo andando anche più in là, nel senso che si tende a sottolineare sempre di più anche i localismi…E’ un fenomeno che si vede non solo in Italia e che dovrebbe un po’ preoccuparci. In realtà, vivendo nell’Unione Europea, dovremmo sentirci parte di un qualcosa di diverso, di un’unità in via di costruzione.

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