Casinalbo (Modena): torna alla luce una delle più grandi necropoli dell’età del bronzo


MODENA, 27 OTT 2009 – Una delle più grandi necropoli italiane dell’età del bronzo è stata portata alla luce nei giorni scorsi a Casinalbo, alle porte di Modena. Si tratta del sepolcreto di un villaggio terramaricolo, distante solo duecento metri dall’abitato moderno. Le 47 tombe recuperate portano a oltre 600 il numero delle sepolture rinvenute nell’area, tutte databili tra il 1450 e il 1150 a.C. Gli archeologi stimano che originariamente le tombe fossero circa 3 mila, concentrate in poco più di un ettaro.La campagna di scavo da poco conclusa è frutto di una collaborazione scientifica fra Soprintendenza per i Beni archeologici dell’Emilia-Romagna e Museo civico archeologico etnologico di Modena, grazie alla disponibilità del proprietario del terreno, Enzo Bertelli. Gli scavi del 2009 sono stati diretti da Andrea Cardarelli dell’Università di Roma ‘La Sapienza’ e da Daniela Locatelli della Soprintendenza, e sono stati condotti da Gianluca Pellacani del Museo civico di Modena assieme al personale e ai collaboratori del Museo e agli studenti del corso di Scienze per la conservazione e restauro dell’Università di Modena e Reggio Emilia."Il rituale funerario consisteva sempre nella cremazione – spiega Ilaria Pulini, direttrice del Museo civico archeologico etnologico di Modena – Le sepolture sono raggruppate in nuclei segnalati da una o più grandi pietre usate come insegne, portate sul luogo dagli antichi abitanti da almeno 15-20 chilometri di distanza. Oltre alle urne in ceramica, frequentemente decorate con motivi geometrici, dalla necropoli provengono numerosi oggetti in bronzo, ma sorprendentemente non tutti sono stati trovati dentro le urne cinerarie come ci si sarebbe potuto aspettare".Gran parte dei reperti in bronzo, soprattutto frammenti di spade, proviene infatti dal suolo antico della necropoli individuato dagli archeologi. E’ stato così possibile ricostruire il rituale funerario e chiarire alcuni aspetti dell’organizzazione sociale delle terramare. I defunti venivano posti su una pira per la cremazione, a volte con oggetti che ne definivano lo status sociale, come spade e pugnali per i guerrieri e ornamenti per le donne o per le adolescenti dei ceti egemoni. Dopo il rogo, le ossa combuste venivano selezionate, lavate e deposte in urne di ceramica, poi sepolte nel terreno; le armi dei corredi maschili, già deformate dal rogo, venivano ritualmente spezzate per renderle inutilizzabili e consacrarle alla divinità. Venivano quindi collocate in aree precise della necropoli, destinate evidentemente a rituali funerari, come testimoniano un grande vaso per contenere liquidi e dei frammenti di tazze in ceramica fine, probabilmente usate per le libagioni in onore dei defunti. Gli oggetti che distinguevano le donne e le adolescenti, invece, potevano trovarsi anche nelle urne, o essere egualmente collocati nelle aree sacre del necropoli, ma in posizione periferica rispetto al centro dell’area dove si concentravano le armi dei guerrieri. Gli scavi hanno così consentito di risolvere un enigma archeologico."La mancanza di armi e la scarsità generale dei corredi nelle necropoli delle terramare era, infatti, stata considerata come la conferma del carattere egalitario di quelle comunita – racconta Pulini – I ritrovamenti di Casinalbo hanno invece dimostrato che la società delle terramare, al pari di altre dell’età del bronzo europea, era basata su una precisa differenziazione sociale che vedeva al vertice i guerrieri e le loro donne". Con la fine dei villaggi terramaricoli, attorno al 1150 a.C., la necropoli fu abbandonata, ma verosimilmente i grandi segnacoli in pietra rimasero ancora evidenti per secoli. Fu forse questo il motivo di una rioccupazione dell’area sempre a scopo funerario da parte degli Etruschi nel VII secolo a. C. Le ricerche in corso prevedono lo studio dei reperti archeologici e dei resti umani, analizzati al fine di stabilire l’età e il sesso dei defunti e il profilo demografico della comunità.Finora le analisi hanno permesso di stabilire che l’accesso alla necropoli riguardava sia uomini che donne. Oltre la metà degli individui sepolti aveva raggiunto l’età adulta (21-40 anni), mentre solo un decimo l’età matura (40-60 anni); rarissimi sono i casi di anziani. La mortalità maggiore riguardava l’età infantile, sebbene nella necropoli siano praticamente assenti sepolture di neonati, forse per la più difficile conservazione delle ossa dopo il rogo. Sulle ossa sono state compiute inoltre analisi chimiche, che hanno dato indicazioni sulla dieta seguita dagli antichi abitanti della terramara di Casinalbo: la presenza di ferro in percentuale pressoché equivalente nelle ossa dei maschi e delle femmine indica che entrambi i sessi si cibavano di carne in eguale misura, mentre una più elevata quantità di magnesio nelle ossa femminili indica una maggiore assunzione di cereali da parte delle donne. Nella necropoli i ricercatori dell’Università di Modena e Reggio Emilia hanno inoltre condotto analisi archeobotaniche e dei sedimenti geologici, che contribuiscono alla ricostruzione dell’ambiente antico e alla sua evoluzione nel tempo.

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