Cantando “Bella ciao” per l’Iran


BOLOGNA, 30 LUG 2009 – Quando arriviamo al Nettuno sono già le otto di sera. Il sole non è ancora calato e impedisce di decifrare con chiarezza le immagini che il proiettore manda sul telo bianco appeso a una finestra di Palazzo D’Accursio. Gli organizzatori stanno ultimando i preparativi per la fiaccolata stanziale: una manifestazione in ricordo di Neda Agha-Soltan, la ragazza uccisa con un colpo di pistola al volto dalla polizia iraniana, durante le manifestazioni di protesta che hanno seguito le elezioni. Sono passati 40 giorni ed è tempo di celebrare per lei la cerimonia che i musulmani sciiti chiamano Arbayin. A Teheran, questa mattina, 500 persone si sono ritrovate per pregare sulla sua tomba. La polizia non ha esitato a sparare lacrimogeni nel cimitero e ha disperso la folla. Nella piazza di Teheran si erano radunate altre 3.000 persone, e anche lì la polizia è intervenuta con la consueta durezza. Si parla di decine di arresti.Una foto di Neda viene attaccata alla grande bandiera iraniana, stesa sul muro proprio di fronte alla statua del Nettuno. Accanto alla foto, un cartello con scritto ‘Iran’, e altri che recitano, in italiano e in inglese, i cori della protesta. “Stop killing my people”, “Cessare le violenze governative”, “Liberate i prigionieri politici”. A terra c’è un telo nero. Sopra al telo, le foto di Neda e di decine di altri ragazzi, tutti giovanissimi, tutti vittime della repressione governativa. “Sohrab Arabi, 19 anni”, recita una didascalia: un ragazzo senza un filo di barba, con uno sguardo luminosissimo. In basso ci sono tanti piccoli cartellini bianchi: riportano i nomi di altri ragazzi di cui si sono perse le tracce durante gli scontri. Accanto al nome c’è scritto “detained”, cioè “detenuto”, in inglese. Alcuni cartellini riportano anche l’età dei ragazzi e la data in cui sono stati imprigionati. Tra le foto ci sono tanti lumini rossi, quasi tutti presto spenti dal vento, e qualche fiore. E poi ci sono altri cartelli: “Non riconoscere Ahmadi Nejad presidente”, “Stop the violence”. Un altro, che ci sorprende un po’, recita: “La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”. E’ Giorgio Gaber.Gli organizzatori non sono tanti, forse solo tre o quattro. Passano in mezzo alla folla, con una sacca in mano, dalla quale tirano fuori dei laccetti neri. Sono in segno di lutto, per Neda e gli altri ragazzi uccisi dal regime. Ce ne facciamo mettere uno al polso, e prendiamo anche il volantino che la ragazza più giovane ci porge. Spiega qual è l’attuale situazione in Iran, con il regime che gradualmente restituisce alle famiglie i corpi martoriati dei giovani uccisi ormai più di un mese fa, e chiede di sostenere le centinaia di migliaia di persone che lottano per la loro autodeterminazione, amplificando la loro voce. Il volantino è firmato “Comitato per la difesa della democrazia e della libertà in Iran”, lo stesso che ha organizzato la fiaccolata. Oltre alla ragazza, ne fanno parte un uomo e una donna, che si fermano per una piccola intervista.Finalmente il sole è tramontato, davanti allo schermo si è formato un gruppo di persone, la maggior parte iraniane. Sono giovani. Oltre a quello nero, alcuni hanno al braccio anche il nastro verde, simbolo dell’opposizione riformista di Moussavi. Verde e nero, speranza e lutto: le due motivazioni di questa fiaccolata. Lo schermo proietta a rotazione i video di YouTube che mostrano le manifestazioni pacifiche dei giovani per le strade di Teheran e la violenta repressione del regime. La folla guarda silenziosa quelle immagini: ciascuno le ha già viste, eppure continua a guardare. Forse il senso di stasera è proprio questo.Alle 21.30 dall’amplificatore esce il suono di una musica iraniana. La folla si stringe, i ragazzi e gli organizzatori alzano il braccio, due dita verso l’alto nel segno della vittoria. Lo stesso segno che vediamo fare, sullo schermo, ai manifestanti per le strade di Teheran. Insieme cantano, a voce alta. Si abbracciano, quasi, sono fieri, le loro voci si alzano, quasi urlano all’ultima strofa, poi le braccia si abbassano per un applauso bello lungo. E di nuovo, con un altro inno di libertà, sempre iraniano, a cantare e a partecipare, per quel che possono, al fianco dei compagni che vedono sullo schermo. Infine, partono le note di una canzone che conosciamo bene, “Bella ciao”. Gli iraniani non conoscono il testo. Fra di loro, probabilmente, pochi sanno che è il nostro inno di libertà, della nostra resistenza alla dittatura. Sicuramente lo sa qualcuno degli organizzatori, che quanto mai opportunamente lo ha scelto come canzone conclusiva della fiaccolata. Alcuni dei ragazzi, orecchiato il ritornello, cominciano a cantarlo con decisione. Qualche italiano, più timidamente, segue il testo con le labbra. La fiaccolata è finita, ma è perfettamente riuscita. La nostra Resistenza è loro, la loro Resistenza è anche la nostra.

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