C’è la crisi? E allora affondiamo la democrazia sindacale


Furono Bruno Trentin (uno dei maggiori sindacalisti dei nostri tempi) e il presidente Carlo Azeglio Ciampi (allora primo ministro) a siglare nel 1993 un accordo “storico”, che ha segnato la vicenda politica e sindacale del nostro Paese. Un patto che poneva regole importantissime per costruire il consenso tra le parti sociali attorno a scelte economico-sociali complesse e decisive per la vita di ogni cittadino. Già nel 2003 il governo Berlusconi cercò di cambiare radicalmente quelle regole. Allora Bruno Trentin, ormai non più segretario della Cgil ma ancora coscienza vigile del sindacato, si rivolse allo stesso movimento sindacale perché (anziché dare per scontato il fallimento dell’intesa del 1993) trovasse la forza di sfruttare fino in fondo i contenuti di quell’intesa “con potenzialità non ancora messe alla prova, dispiegando l’iniziativa rivendicativa necessaria”.Un po’ colpa del sindacato era stato insomma aver lasciato in gran parte sulla carta l’accordo del ’93 (che sostituiva in modo innovativo la vecchia “scala mobile”). Il paese, diceva ancora Trentin ormai sei anni fa, “sta imboccando la strada di un declino pericoloso per tutti e in primo luogo per il mondo del lavoro”. Oggi, con il governo senza ostacoli del centrodestra, con il populismo antisindacale dei leghisti e del ministro Brunetta, siamo ormai un pezzo avanti su quella strada.Oggi (una settimana fa per l’esattezza) è stato firmato un accordo separato tra Governo, Cisl, Uil e Ugl – con l’esclusione quindi del più grande sindacato italiano, la Cgil. Un accordo quadro che prevede la riforma degli assetti contrattuali e rappresenta un netto passo indietro sul tema dei diritti dei lavoratori. Questo in un momento di crisi pesante, nel quale questi diritti sono insieme in modo evidente ancor più necessari del normale e allo stesso tempo messi sotto scacco da una parte dello stesso movimento sindacale.La Cgil, non firmando l’accordo ha valutato i contenuti di quell’intesa lesivi dei diritti fondamentali delle lavoratrici, dei lavoratori e delle loro organizzazioni in materia contrattuale. Gli effetti di questa intesa, quando diventerà operativa, saranno devastanti.I contratti nazionali non serviranno più a salvaguardare il potere d’acquisto degli stipendi rispetto all’inflazione (soprattutto rispetto a quella reale); anzi, cedendo il passo ai contratti di secondo livello (quelli a livello aziendale) i lavoratori non sarebbero più tutti uguali ma a seconda delle situazioni e dei contesti sarà possibile ridurre i salari in modo diverso in uno stesso comparto e soprattutto derogare dai contenuti sia economici che normativi dei contratti stessi, quelli che insomma garantivano finora l’universalità dei diritti dei lavoratori di uno stesso settore. Ampio spazio alle parti padronali e imprenditoriali e nessuna difesa dei lavoratori in difficoltàQuesta contrattazione di secondo livello verrà vincolata totalmente alla situazione economica delle imprese (sulla quale anche esempi recenti dimostrano quanto le acque possano essere intorbidite) e subordinata agli incentivi del Governo (altro argomento all’ordine del giorno in tempi di crisi economica globale) e persino gli aumenti legati alla produttività saranno messi in forse. Questioni più generali, come quelle attinenti al welfare, diventano oggetto non più di una contrattazione collettiva, nazionale ma vengono derubricate a contrattazione bilaterale (quindi ancora una volta a livello aziendale).L’accordo separato assesta infine un colpo decisivo alla democrazia sindacale limitando il diritto di sciopero, che secondo la Costituzione è un diritto del singolo lavoratore, collegandolo a una normativa da definire che riguarda la rappresentanza sindacale.In busta paga, spiega la Cgil, tutto questo si concretizza con circa il 15% in meno per i lavoratori privati e addirittura il 30% per quelli del pubblico impiego.Ma sul piano politico la rilevanza è di portata storica perché il governo Berlusconi, peraltro in perfetta sintonia con il piano di rinascita nazionale di Licio Gelli (come giustamente ricordato più volte in questi mesi e come rivendicato dallo stesso Gelli) mette in atto la sua strategia di smantellamento del sindacato, almeno di quella parte di sindacato ancora antagonista, in grado di affermare i diritti dei lavoratori in un mondo che si vorrebbe far diventare un deserto di precarietà.C’è una grave crisi economica in atto, aggiunge la Cgil, e quello di cui maggiormente si preoccupa il governo è mettere a tacere i sindacati e limitare i diritti dei lavoratori. I posti di lavoro che si potrebbero perdere nei prossimi due anni sono nell’ordine delle centinaia di migliaia e il governo non concentra i suoi sforzi su misure che affrontino la crisi ma su un attacco a freddo al sindacato. Ha scelto in pratica di percorrere fino in fondo proprio la strada che ha portato a questa crisi strutturale: la “creatività” finanziaria e la predominanza delle logiche padronali su quelle di equità sociale. Dovrebbe adesso essere ancor più chiaro da che parte sta il governo di centrodestra.In Emilia Romagna, per stare agli ultimi dati elaborati dalla Regione, la cassa integrazione nel 2008 è aumentata di 2 volte e mezzo, e si stima che siano 109.000 i rapporti di lavoro a termine che cesseranno nel 2009, con gravi incognite per la loro prosecuzione.La risposta della CgilIl 29 e 30 gennaio è convocato l’organismo dirigente nazionale della CGIL per una discussione su quanto avvenuto e per definire le iniziative da assumere, a livello nazionale, nei luoghi di lavoro e nei territori. Alcune mobilitazioni sono già state decise:- il 13 febbraio sciopero e manifestazione nazionale della Funzione Pubblica e della FIOM;- verrà deciso un pacchetto di ore di sciopero che coinvolgerà tutte le altre categorie;- i pensionati della CGIL manifesteranno a Roma il 5 marzo;- sempre nel mese di marzo ci sarà lo sciopero della Scuola e dell’Università;- per il 4 aprile è prevista una grande manifestazione nazionale a Roma convocata dalla CGIL.Dice il documento della Cgil: “Abbiamo chiesto a CISL e UIL di garantire una consultazione democratica di tutte le lavoratrici e dei lavoratori. Le risposte sono state sin qui negative e, se rimarranno tali, la CGIL lancerà una campagna di consultazione e di raccolta firme, non solo per chiedere la cancellazione di quell’intesa, ma per sostenere le proprie proposte in materia di contrattazione, regole di democrazia e rappresentanza, e le misure necessarie per contrastare la crisi”.A livello locale, lunedì è convocato l’Attivo provinciale generale della CGIL di Reggio Emilia per una valutazione ulteriore con le delegate e i delegati, e per decidere le iniziative nel territorio.

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