Bologna, in 30mila allo “sciopero dell’indignazione”


BOLOGNA, 6 MAG. 2011 – La scelta di abbandonare per una volta piazza Maggiore, allestendo il palco proprio sotto le Due Torri ha reso ancora più evidente il successo ottenuto dalla Cgil a Bologna in occasione dello sciopero generale. Per tutta la mattina, fino a mezzogiorno, un enorme serpentone formato da circa trentamila persone ha invaso il lungo rettilineo che da piazza di Porta Ravegnana parte lungo via Rizzoli e via Ugo Bassi. "Fra pochi giorni ci saranno le elezioni amministrative: non perdiamo l’occasione per dare un segnale al paese", ha esordito il segretario locale Danilo Gruppi davanti a diversi candidati sindaco, da Virginio Merola al grillino Massimo Bugani. E mentre il centro cittadino si riempiva, le fabbriche dell’intera provincia si sono svuotate: l’adesione alla mobilitazione è stata l’altissima. Anche perchè, come ha ricordato nell’intervento di chiusura Danilo Barbi, ex numero uno del sindacato provinciale e regionale e ora nella segreteria nazionale, questo è stato "uno sciopero dell’indignazione". Barbi ha cominciato subito dal tasto dolente: la solitudine della Cgil. Non poteva infatti passare sottotraccia il fatto che il sindacato si sia trovato a dover affrontare un altro sciopero generale senza l’appoggio di Cisl e Uil, e come ha fatto Susanna Camusso a Napoli anche da Bologna è arrivato un appello ad una nuova unità. Quel che però è impossibile accettare per chi oggi era in piazza sono gli accordi separati: ad un rinnovato dialogo con le altre sigle, la Cgil antepone una maggiore partecipazione dei lavoratori, magari attraverso il ricorso al referendum prima di quelle decisioni che creano delle divisioni, come successo alla Fiat. E in questa direzione si festeggia come primo risultato l’elezione delle Rsu nel pubblico impiego e nella scuola.Poi, per quanto riguarda le ragioni dello sciopero, nell’intervento di Barbi entra a piè sospinto il tema della crisi. "L’emergenza – accusa – c’è ancora", perchè la ripresa è troppo debole e l’occupazione non sta crescendo. E le sue cause sono sostanzialmente due: una mancata redistribuzione della ricchezza che fa aumentare le diseguaglianze e il dominio della finanza sull’economia. Proprio lì, dunque, la Cgil propone di agire, istituendo una tassa sulle grandi ricchezze ("costruite in decenni di evasione") e una – minima – su tutte le transazioni finanziarie: con un misero 5% si metterebbero insieme, solo in Italia, ben 5 miliardi di euro. Peccato che, però, qui da noi "il Governo è parte stessa della crisi, con la continua riduzione di servizi pubblici e i numerosi tagli a salari e pensioni anzichè combatterla la sta producendo".Ma le vere protagoniste della mattinata sono state quattro donne, che sono salite sul palco in rappresentanza del mondo del lavoro bolognese. La prima è stata Francesca Mengoli della Coop Dolce, che ha raccontato la situazione dei lavoratori dell’assistenza, seguita dalla dipendente della Verlicchi Ottavia Pala, che – dopo i 45 giorni ele 45 notti passati in presidio per evitare che la proprietà portasse via i macchinari dall’azienda decretandone la chiusura – ha dimostrato come la tenacia dei dipendenti serva a volte a raggiungere importanti risultati. Dopo di loro, Antonella Cardone del coordinamento dei giornalisti precari Free Ccp ha parlato della situazione dei precari, che nel mondo dell’informazione raggiunge vette particolarmente rilevanti, e Miriam Planesio dell’Ikea si è fatta portatrice di un’amara riflessione: "Siamo lavoratrici invisibili con orari impossibili – ha detto – e questo ha effetti negativi su di noi ma anche sulla nostra società: il primo maggio, per esempio, il parcheggio di Casalecchio era colmo di gente che voleva entrare, anzichè passare la giornata di festa al parco o in collina".

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